Autore: admin

“Black Adam” la recensione del film 

Regia: Jaume Collet-Serra
Cast: Dwayne Johnson, Aldis Hodge, Noah Centineo, Sarah Shahi, Marwan Kenzari, Quintessa Swindell, Pierce Brosnan, Viola Davis, Joseph Gatt, Natalie Burn, Mohammed Amer, Uli Latukefu, Patrick Sabongui, Shiquita James, Jermaine Rivers, Christopher Matthew Cook, Chaim Jeraffi, Donny Carrington, Mike Senior, Tre Ryan.
Genere: Azione
Durata: 124 minuti
Voto: OO 1/2 (su 5)

Black Adam, il cui vero nome è Teth-Adam o Theo Adam, è un uomo dell’Antico Egitto ridotto in schiavitù e in seguito ucciso, che grazie al potere del mago Shazam ritorna in vita. Adesso a Black Adam, questo il nome del supereroe, sono stati conferiti grandi poteri, come forza, agilità e la capacità di volare, ma nonostante queste doti, il suo cuore non è puro. Dopo essere stato a lungo imprigionato, Black Adam viene liberato e dovrà confrontarsi con i supereroi in vita per capire che, non solo un grande potere, ma anche nobili azioni e sacrificio fanno di un uomo un eroe.

“Black Adam” la recensione del film

Era il 2019 quando, in “Shazam!”, Dwayne Johnson appariva in un cammeo proprio nei panni di Black Adam. Questo antieroe, creato nel 1945 da Otto Binder e C.C. Beck, piacque molto al mastodontico attore. Talmente tanto, da impegnarsi in questo progetto non soltanto come attore, ma anche come co-produttore con la sua Seven Buck. Evidentemente, The Rock ha rivisto in questo villain atipico un qualcosa di familiare, perché Teth-Adam sembra, in questo lungometraggio, a tutti gli effetti un wrestler. Così, infatti, viene presentato agli spettatori e alla gente di Kahndaq. E’ lui il “campione” atteso e acclamato dal popolo. Un solitario con l’ossessione della vittoria, il cui unico obiettivo è schiacciare chiunque gli si pari davanti. Un giustiziere sommario, che non riconosce i buoni dai cattivi e che aspetta i suoi nemici sul ring, qui rappresentato dalla sua città di origine.

Per essere un malvagio, però, è davvero sin troppo simpatico. Come può essere cattivo chi è acclamato come un salvatore della patria? La sceneggiatura ci mette una pezza, giustificando le sue malefatte nel corso della storia. Ma così si perde ogni contatto col personaggio dei fumetti. Jaume Collet-Serra, agli inizi della sua carriera, era considerato quasi un autore dedito al cinema horror indipendente. Poi virò sul più commerciale thriller e, infine, sbarcò nelle commedie action per il grande pubblico con “Jungle Cruise”, dove conobbe proprio The Rock. Con “Black Adam”, il regista conferma il suo addio ad ambizioni più alte per dedicarsi al puro intrattenimento.

Intrattenimento che non prevede alcun tocco di genio o anche, molto più modestamente, personale. Così, questa pellicola rimane un’accozzaglia di citazioni trite e ritrite (Sergio Leone) e impigliata in una serie di sottogeneri. Non si capisce, infatti, quale strada si voglia percorrere oltre a quella del classico superomismo. E’ più giusto andare verso il comico-demenziale, come in “Shazam!”, o scopiazzare qualche scena allo scenario DC Universe immaginato da Zack Snyder?

E in questa confusione stilistica, il film prosegue stancamente tra inutili lungaggini e qualche interessante (ma nemmeno troppo) svolta, in una trama piuttosto lineare. C’è poi un altro concetto da chiarire: la DC vorrebbe fare la Marvel ma, davvero, non riesce nel tentativo. E dire che, probabilmente, “Black Adam”, come puro prodotto di intrattenimento, è qualitativamente migliore di tanti film della casa rivale. Ma, nell’utilizzo dei propri personaggi, la DC è davvero carente e impacciata. Un esempio lampante, in tal senso, sono Doctor Fate, Hawkman, Cyclone e Atom Smasher.

Chi conosce bene il mondo dei fumetti, sa che stiamo parlando di personaggi interessanti e con una lunga storia alle spalle. Ma chi segue i supereroi solo sul grande schermo non ha idea di chi siano e, perciò, tirati fuori con questo scarso senso del tempismo, sembreranno delle copie irritanti e sbiadite dei vari Doctor Strange, Falcon, Tempesta e Ant-Man. Soprattutto, sono personaggi destinati a sparire dall’immaginario collettivo non appena si riaccendono le luci in sala.

Ad aiutare “Black Adam”, non interviene nemmeno il potenzialmente interessante sottotesto politico di cui la storia è permeata. Questo perché, come detto, il regista spagnolo Jaume Collet-Serra ha completamente abbandonato le proprie velleità autoriali per ritagliarsi un più modesto ruolo di mestierante con indiscusse qualità (ormai inespresse). Così annacqua qualsiasi critica alle manie interviste occidentali in lunghe sequenze action, ben dirette ma totalmente fini a sé stesse. Non sforzatevi, dunque, di leggere qualsivoglia messaggio subliminale. “Black Adam” è una tavola senza dislivelli e cosparsa di acqua e sapone dove si scivola, tra una sbandata estetica e l’altra, fino ad arrivare, confusi e felici, al tratto finale.

“Boris 4” la recensione della serie tv su Disney+

Regia: Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico
Cast: Alessandro Tiberi, Francesco Pannofino, Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Carolina Crescentini, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Antonio Catania, Alberto Di Stasio, Carlo Luca De Ruggieri, Luca Amorosino, Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti
Genere: Commedia
Episodi: 8
Durata: 25-35 minuti (a episodio)
Voto: OOOO (su 5)

Sono passati più di dieci anni dagli eventi della terza stagione. E, vista la crisi della televisione generalista, si cercano i finanziamenti delle piattaforme streaming. Stanis e Corinna, che nel frattempo si sono sposati, hanno fondato una loro casa di produzione, la Snip (So not italian production). E vogliono girare Vita di Gesù, una serie ispirata alla vita di Gesù con Stanis nei panni del protagonista. Per ottenere il lock, cercano l’aiuto di Alessandro, che nel frattempo ha fatto carriera diventando dirigente per una di queste piattaforme globali. A dirigere la serie viene chiamato René, che si affida ancora a tutta la squadra de ‘Gli occhi del cuore’. Dall’assistente alla regia Arianna al direttore della fotografia Duccio.

“Boris 4” la recensione della serie tv su Disney+

“Boris” non è soltanto una serie. E’ stata la perfetta rappresentazione di un’intera nazione, l’Italia. Un Paese che non aveva mai voluto aprire lo sguardo della propria televisione alla modernità. Il mondo dello spettacolo nostrano, con “Boris” ha assistito ad un vero e proprio spartiacque della propria esistenza. La serie creata dal mai troppo compianto Mattia Torre insieme a Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, infatti, ha rivoluzionato tutto. Proprio loro, che venivano dal sistema delle tv generaliste, hanno dimostrato che era possibile pensare e fare la serialità catodica in modo totalmente nuovo. Se, dopo il 2008, l’Italia ha iniziato a sfornare prodotti per il piccolo schermo da esportazione, insomma, il merito è proprio di “Boris”.

Non fu, una serie perfetta, anche i fan più sfegatati dovranno ammetterlo. Le prime due stagioni furono, senza alcun dubbio, le migliori, quelle nelle quali gli autori offrirono il meglio delle loro capacità creative. Arrivati alla terza stagione e, soprattutto, al film, la stanchezza delle idee era evidente, così come la necessità di fermarsi per un lungo periodo di pausa, o, ancora meglio, chiudere lì il discorso. Sembrava tutto finito, invece, a sorpresa, Disney+ ha annunciato l’arrivo della temuta quarta stagione, con tutto il gruppo storico presente.

“Boris 4”, quindi, si proietta in una realtà completamente diversa da quella delle sue origini. Nell’ormai lontano 2007, infatti, le serie tv italiane avevano per protagonisti sempre i soliti funzionari delle forze dell’ordine, ecclesiastici col gusto per il giallo e santi nostrani. Era un mondo che non conosceva i social network e gli smartphone, con tutto il carico di novità che questi strumenti hanno portato nelle nostre vite. Soprattutto, all’epoca, il sistema televisivo non conosceva ancora le vere protagoniste del piccolo schermo di oggi: le piattaforme streaming.

Quindi, la sfida che aspettava gli autori e registi Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo era tutt’altro che semplice. Dovevano raccontare, con “Boris 4”, una realtà profondamente cambiata, senza, però, tradire le proprie radici, il proprio marchio di fabbrica. Beh, ci sono riusciti. Alla grande. Questa stagione, infatti, è semplicemente sorprendente nella sua straordinaria capacità di trovare un perfetto equilibrio tra passato e attualità. Nel microcosmo del set è cambiato poco e niente, ma si parla con disinvoltura di temi attualissimi infischiandosene del politicamente corretto.

“Boris 4” conosce tutte le complessità del mondo dello spettacolo di oggi e seppellisce ogni perbenismo con battute al vetriolo. Si fa beffe dei social e del loro uso distorto, ride a crepapelle dell’inclusività e distrugge, da dentro, gli algoritmi che regolano il mercato dello streaming. Ma, soprattutto, la serie sbeffeggia sé stessa e il suo cast antiquato, un pesce fuor d’acqua (è proprio il caso di scriverlo) in una realtà dove tiranneggiano quegli smartphone che, a malapena, sa accendere. Rimangono, infine, quelle tematiche sempre tristemente attuali come gli ambienti lavorativi tossici, il sessismo, il malaffare e tutte le piaghe dell’italietta.

“Boris 4” è una serie che fa ridere e molto. E’ un fulgido esempio di come, il nostro sistema produttivo, quando è in vena ed ha voglia, sa creare prodotti molto lontani dai soliti cliché. Soprattutto, è la dimostrazione di quanto possano far bene degli anni di pausa. Anni per riflettere, per digerire le evoluzioni e per tornare più in forma di quando ci si era, saggiamente, fermati. Ma questa serie, tra una battuta scorretta e l’altra, fa anche commuovere. All’inzio, col tenero ricordo di Roberta Fiorentini (Itala), scomparsa nel 2019. E, alla fine, meglio, all’ultimo fotogramma. Quando lo spirito guida di Mattia Torre, che pervade tutti gli episodi con le sembianze di Valerio Aprea, torna, per un ultimo saluto, nel bel mezzo di una fragorosa risata. Lasciando tutti sospesi tra spensieratezza e malinconia. Come sarebbe piaciuto a lui.

“Premio Iris” a Roma corti cinematografici in mostra nell’evento condotto da Barbara Perisse e Fabrizio Fazio

L’evento del 26 novembre, presentato da Barbara Perisse insieme a Fabrizio Fazio, inizierà alle 9.30 e terminerà alle 13:00. Si svolgerà presso il cinema don Bosco, a Roma, in via Publio Valerio 63. Per assistere all’evento (capienza massima di 500 spettatori), il biglietto costa € 8,00. Il tagliando, poi, offre il diritto di far parte della giuria popolare. Si può acquistare cliccando qui entro il 25 novembre, salvo esaurimento posti. Inoltre, partecipando all’evento, ci sarà una sorpresa speciale riservata a tutti gli amanti del cinema. Tale sorpresa, però, al momento è top-secret e sarà svelata il giorno stesso dell’evento!

Questo, nello specifico, il programma dell’evento:

ORE 09:30 (26/11/2022)

PROIEZIONE CORTOMETRAGGI VINCITORI

– “La regina di cuori” di Thomas Turolo con Beatrice Vendramin, Mariasole Pollio, Cristiano Caccamo e Giuseppe Battiston.

– “Venti Minuti” di Daniele Esposito con Annabella Calabrese, Luca Paniconi, Matteo Amici ed Elisa Amici.

– “Notte Romana – Storia d’amore e di coltello” di Valerio Ferrara con Lorenzo Aloi, Raffaele Nardi e Sara Santostasi

– “Bertie mi ha scritto una poesia” di Vittoria Rizzardi Penalosa con Giulia Melillo e Alessandro Haber

– “Pappo e Bucco” di Antonio Losito con Massimo Dapporto e Augusto Zucchi

– “Revenge Room” di Diego Botta con Eleonora Gaggero, Luca Chikovani, Manuela Morabito, Violante Placido e Alessio Boni

Tra un cortometraggio e l’altro, poi, sono previsti piccoli spazi con curiosità dal mondo del Cinema.

ORE 12:00 (26/11/2022)

CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Consegna delle targhe in cristallo del Premio Iris Roma ai vincitori:

– Miglior Regia
– Miglior Sceneggiatura
– Migliore Interpretazione
– Miglior Fotografia
– Miglior Montaggio
– Migliore Musica originale

In viaggio col Titanic:
Carlotta Leproux canta “My heart will go on”

Consegna del Premio della Giuria popolare al cortometraggio che riscuote maggior gradimento tra il pubblico.

Quattro chiacchiere con l’attrice e doppiatrice Rossella Ambrosini, Ospite d’onore dell’evento.

Consegna degli attestati di selezione ai registi dei 9 cortometraggi selezionati, ma non vincitori (proiettati il 24 e 25 novembre, presso il Caffè Letterario Mangiaparole).

– “InCONTROtempo – Quando la prigione è dentro di noi” di Manuel Amicucci con Manuel Amicucci, Roberto Fazioli e Giulia Cutrona

– “Endless River” di Edoardo Pera con Marius Bizau, Gabriele Sorrentino e Adriano Paris

– “La bicicletta” di Nathan De Paz Habib con Francesca Thomas, Alessia Peruzzi, Debora Peters, Sara Peters, Silvia Bandera e La Trape

– “Homeless” di Luca Esposito con Michael Tabon

– “Cloro” di Alessandro “Stelmasiov” Di Cristanziano con Beatrice Bartoni e Paolo Ricci

– “Sunshine” di Martino Aprile con Edoardo Margotti e Silvia Morigi

– “Antenne” di Mirko Fracassi con Bruno Conti, Daniela Giordano, Ermanno De Biagi, Alexia Cozzi, Federico Pecci, Paolo Roca Rey

– “Pluto” di Ivan Saudelli con Silvio Gulli e Gianmarco Tognazzi

– “Il seme della speranza” di Nando Morra con Francesco Sgro, Rosario Galati, Gaetano Laruffa, Nicola Galloro, Francesco Spagnolo, Erica Bianco, Grazia Leone e Nicola Quaranta.

“Diabolik 2 – Ginko all’attacco” la recensione del film

Regia: Antonio e Marco Manetti
Cast: Giacomo Gianniotti, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Monica Bellucci, Alessio Lapice, Giacomo Giorgio, Andrea Bruschi, Pierangelo Menci, Linda Caridi, Pier Giorgio Bellocchio, Ester Pantano, Andrea Roncato, Amanda Campana, Urbano Barberini, G. Max, Giacomo Giorgio, Simone Leonardi, Pierangelo Menci, Marco Bonadei, Gustavo Frigerio
Genere: Azione, Poliziesco, Drammatico
Paese: Italia
Durata: 111 minuti
Voto: OOO

Dopo aver scalato la parete del museo di Clerville ed essersi introdotto nell’edificio, Diabolik riesce a rubare una preziosa collana. Ma non è l’unico colpo che ha progettato per il suo grande ritorno, dopo le malefatte precedentemente narrate. Infatti, insieme alla sua amante e complice Eva Kant, Diabolik è riuscito a ottenere delle informazioni per entrare in possesso della pregiata collezione Armen, mostrata durante una sfilata. Stavolta, però, Diabolik cadrà in una trappola, tesagli ovviamente dall’inscalfibile ispettore Ginko, che già si era fatto sfuggire il criminale la prima volta. Le ballerine e modelle non erano altre che poliziotte infiltrate. Così, a Diabolik non rimarrà altro che darsi nuovamente alla macchia.

“Diabolik 2 – Ginko all’attacco” la recensione del film

Quando diedero vita a Diabolik, Angela e Luciana Giussani gli donarono una caratterizzazione davvero inconfondibile. Tuta nera, che lo copriva sino alla testa, ed occhi inflessibili del colore del ghiaccio. Probabilmente, dunque, in fase di casting, nel primo capitolo, si è compiuto, paradossalmente un errore. Perché, sì, Luca Marinelli è uno dei migliori attori della sua generazione. Ma per questo ruolo, non era importante tanto l’interpretazione, quanto lo sguardo e il fisico.

E lui non aveva le caratteristiche adatte, soprattutto perché, per sua scelta, non ebbe la volontà di sottoporsi alle sedute in palestra necessarie per entrare totalmente nella sopra citata tuta. Ciò rese necessario l’utilizzo di una controfigura nelle rare scene d’azione di quella pellicola. Così, i Manetti Bros, per questo secondo atto, hanno optato per la sostituzione del protagonista, che stavolta ha i muscoli e lo sguardo languido di Giacomo Gianniotti, il dottor Andrew DeLuca di “Grey’s Anatomy”.

Ma attenzione, perché il vero protagonista qui non è Diabolik e nemmeno la sua sodale Eva Kant, interpretata dalla confermatissima Miriam Leone. Qui, infatti, al centro della scena (e del titolo) c’è l’ispettore Ginko, che ha il volto dolente di Valerio Mastandrea. Ossessionato dalla caccia al ladro, è questo personaggio a fare da collante nella parte centrale della trilogia. Legata a lui, poi, c’è l’introduzione di un altro personaggio femminile, ovvero quello della duchessa Altea di Vallenberg.

E Diabolik? C’è ma (quasi) non si vede, per precisa scelta dei fratelli Manetti. Il duo di registi e sceneggiatori trasforma il protagonista in una presenza che entra poco in scena ma infesta, come un fantasma, i pensieri di Ginko. Un’intuizione gradevole, che testimonia come gli autori abbiano trovato la giusta alchimia stilistica per la trilogia. Un buon bilanciamento, con l’aggiunta di qualche scena d’azione in più, per dare il giusto tributo cinematografico ai fumetti delle sorelle Giussani. “Diabolik 2”, insomma, si fa sicuramente preferire al suo predecessore. Ma, a parte queste piccole quanto importanti innovazioni, i registi continuano a portare avanti le loro idee meno riuscite e spiazzanti.

Rimane, quindi, la recitazione sopra le righe che, alla lunga, risulta fastidiosa, soprattutto perché non tutti sono in grado di portarla avanti con credibilità (vedi Monica Bellucci). Bisogna, comunque, prendere atto che questa è l’impronta che i Manetti Bros volevano dare alla loro trilogia, che piaccia oppure no. L’idea, in sostanza, era quella di dar vita ad un film in stile anni ’60, con scarso senso del ritmo, con interpretazioni e dialoghi “da carta stampata” e, in ultimo, con colpi di scena prevedibili e battute poco sottolineate. E questo, nei fatti, è “Diabolik – Ginko all’attacco!”.

E’ necessario, perciò, accettare il fatto che ci si trovi davanti ad un esercizio di stile realizzato da cinefili incalliti. Una volta fatto questo passo, sarà possibile godersi questo tuffo nel passato, in una Bologna mai esistita, dove il pacchiano lotta con l’eleganza e riesce a prevalere. Il patinato regna e i gioielli Armen diventano i co-protagonisti della vicenda, il centro del piano elaborato da Ginko per mettere, finalmente, le manette sui polsi di Diabolik.

Quest’uomo di legge si trasforma, ben presto, in un uomo ossessionato da un’ombra, molto simile alla sua, che com’è normale che sia, non riesce ad acciuffare. Diabolik, in fondo, rappresenta tutti i sogni del suo cacciatore. Tanto che, alla fine, la caccia ha un unico scopo: dare un senso alla vita del poliziotto. E la stessa ossessione di Ginko ce l’hanno i due Manetti, che curano nei minimi dettagli la costruzione di questo B-Movie fuori tempo massimo, eppure permeato di un amore maniacale. Ora non resta che aspettare l’ultimo atto, annunciato da una didascalia poco prima dei titoli di coda. Soltanto allora capiremo se i due registi avranno davvero catturato l’essenza di Diabolik oppure se, come Ginko, sono stati sedotti e gabbati.

“Black Panther 2 – Wakanda Forever” la recensione del film

Regia: Ryan Coogler
Cast: Letitia Wright, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Angela Bassett, Tenoch Huerta, Winston Duke, Florence Kasumba, Michaela Coel, Dominique Thorne, Martin Freeman, Mitzi Mabel Cadena, María Mercedes Coroy, Alex Livinalli, Janeshia Adams-Ginyard, Lake Bell, Richard Schiff
Genere: Azione, Fantastico, Avventura, Fantascienza, Thriller, Drammatico
Paese: USA
Durata: 161 minuti
Voto: OO 1/2

Dopo i fatti narrati nel capitolo precedente e la scomparsa di Re T’Challa, il Wakanda è ormai noto a tutto il mondo. Quello che era un regno dove vigevano l’ordine e la pace entro i propri confini, soprattutto grazie alla propria ignota collocazione, è adesso al centro degli interessi di molti. E senza la protezione di Black Panther nulla potrebbe più essere al sicuro dagli assalti dei nemici. Il Wakanda è infatti finito nel mirino delle potenze internazionali, che sembrano pronte a invaderlo e a prenderne possesso. La minaccia tanto attesa non giungerà però dai confini territoriali, quanto dal mare. Namor, il re di Talokan, è infatti determinato nel voler scatenare una guerra contro il Wakanda, per ampliare il proprio dominio anche sulla superficie terrestre.

“Black Panther 2” è un film totalmente stravolto, rispetto alle idee iniziali, da un tragico evento esterno. Un evento che ha donato a questo film un’identità non prevista e l’ha portato verso un nuovo scopo. La pellicola, infatti, non è solo l’ennesimo tassello utile a portare avanti il Marvel Cinematic Universe, una macchina che sembra davvero inarrestabile. Ci troviamo, prima di tutto, davanti ad un tributo al compianto Chadwick Boseman, attore protagonista del primo capitolo, morto giovanissimo a causa di un tumore al colon.

Scelta non banale, quella fatta dal regista Ryan Coogler e dal casting, di non sostituire in “Black Panther 2” il protagonista. Non sarebbe stato un problema per Marvel e Disney trovare un rimpiazzo o, addirittura, ricorrere ad un raffinatissimo deep fake. Del resto, quest’ultima opzione era già stata usata in passato, in altre occasioni, e ormai tale tecnologia ha raggiunto livelli tali da poter ottenere una perfetta copia digitale di Chadwick. Qui, però, come dicevamo, è stata scelta una soluzione meno banale e più impegnativa da realizzare. In fase di scrittura, infatti, si è cercato, con successo, di fondere realtà e finzione.

Coogler, quindi, ha introdotto nel mondo di Wakanda la morte del protagonista T’Challa. Non solo, perché ha anche posto un accento ancor più marcato sul senso politico e sociale della saga. E dire che il primo capitolo di “Black Panther” era già il più innovativo, da un punto di vista tematico, tra i film appartenenti al Marvel Cinematic Universe. La pellicola del 2018 incarnava, infatti, le rivendicazioni della comunità black. Un evento unico tra i kolossal, trattandosi del primo caso di prodotto ad alto budget realizzato e interpretato (quasi) per intero da persone coloured.

Però “Black Panther” era un film tutto incentrato sulla figura di T’Challa, che faticosamente accettò il suo ruolo di guida per la sua gente. Una scelta di sceneggiatura presa in totale accordo con tutti i membri del cast. Chiaramente, la morte di Chadwick Boseman ha costretto a cambiare tutti i piani per il secondo capitolo della saga. E qui nasce la bella intuizione di Ryan Coogler, che ha deciso di trasformare “Black Panther” da persona in carne e ossa a concetto. Così, diventa un’ideale fondato sui principi di saggezza e coraggio. Caratteristiche che possono appartenere a chiunque, non ad una persona soltanto, dunque.

Per fortuna, nella seconda parte “Black Panther 2” si ricorda di essere anche un classico cinecomic targato Marvel. Così, mette in secondo piano il giusto tributo a Chadwick Boseman e inizia a raccontare questa storia tornando sui binari più conosciuti ai suoi spettatori. Quindi, lascia spazio alle attese battaglie in CGI che mostrano il lato meno magico e più concreto della storia. Ma la pellicola, in fondo, non rinuncia nemmeno nel secondo tempo ai concetti di rappresentanza e inclusività. Come nella migliore tradizione di questa saga, dunque, anche il villain, Namor, si fa portavoce di un messaggio innovativo per la Marvel.

Incarna, infatti, l’umiliazione subìta dalla cultura Maya da parte dei colonizzatori. Perciò, Ryan Coogler, di fatto, allarga gli orizzonti del primo capitolo, ribadendo, sì, il concetto del “Black Lives Matter”, però estendendolo a tutte le minoranze, nessuna esclusa. Il sottotesto del film, insomma, lancia un avvertimento forte e chiaro a chi vuole cancellare le origini dei popoli. Tutto perfetto, insomma? Nemmeno per idea.

Per quanto, nelle intenzioni, “Black Panther 2” abbia le idee piuttosto chiare, nei fatti, non possiamo non rimarcare delle inutili lungaggini. Momenti di noia accentuati anche da una regia che, a livello visivo, fa davvero poco per farsi ricordare. Insomma, tutto suona piuttosto anonimo, di maniera, e la sensazione è che Coogler, rispetto al film del 2018, abbia puntato tutto sull’interpretazione dei suoi attori. Non ha sbagliato, perché l’intero cast rema dalla stessa parte, senza eccezioni e sono tutti, dalla prima all’ultimo, all’altezza della situazione. Soprattutto, “Black Panther 2” ha il merito di aver messo in scena un lutto collettivo, riuscendo a trasmettere tutta la commozione che si respirava dietro e davanti la macchina da presa. Quando sono le lacrime ad offuscare una visione corretta, del resto, tutto si può (e si deve) ‘perdonare’.

“The Crown 5” la recensione della serie tv di Netflix

Ideatore: Peter Morgan
Cast: Imelda Staunton, Lesley Manville, Jonathan Pryce, Elizabeth Debecki, Dominic West, Olivia Williams, Jonny Lee Miller, Bertie Carvel
Genere: Storico, drammatico, biografico
Episodi: 10
Durata: 47-61 minuti (a episodio)
Voto: OO 1/2 (su 5)

Prossima al 40° anniversario della sua ascesa al trono, la Regina Elisabetta II (Imelda Staunton) riflette su un regno. Regno che ha incluso nove primi ministri, l’avvento della televisione per le masse e il tramonto dell’Impero britannico. Ma nuove sfide si delineano all’orizzonte. Il crollo dell’Unione Sovietica e il trasferimento della sovranità di Hong Kong segnalano un cambiamento radicale nell’ordine internazionale. E presentano sfide e opportunità alla Monarchia… ma nuovi problemi emergono non lontano da casa.

“The Crown 5” la recensione della serie tv di Netflix

C’erano molte attese su “The Crown 5”, soprattutto perché, per la qualità che ogni volta propone, sembra quasi non essere una serie Netflix. Poi, perché il consueto cambio di cast ogni due stagioni, fortemente voluto dal creatore Peter Morgan, crea sempre il giusto grado di curiosità. Infine, perché la cronaca, con la morte della Regina Elisabetta, ha senz’altro aumentato le aspettatative. Sembravano, insomma, esserci tutti gli ingredienti per la stagione perfetta e, invece, paradossalmente, è la meno riuscita.

Innanzitutto, la prima precisazione da fare, ormai non è più una novità, è che “The Crown” non è una serie incentrata sulla Regina Elisabetta. Anche quest’ultima, infatti, altro non è se non una suddita del Sistema, alla quale viene imposto un immutabile stile di vita. “The Crown 5” si apre con una metafora, quella dello yacht reale ‘Britannia’, che sintetizza lo stato della Monarchia inglese dopo anni di regno di Elisabetta. E non è buono, anzi. Sono tanti, ormai, i segni di cedimento e qualcuno (più di qualcuno) vorrebbe addirittura rottarmarla. Anche perché un eventuale restauro avrebbe costi altissimi per le casse del governo, quindi dei sudditi, perciò tanto vale chiudere per sempre.

Un Regno, insomma, che ha bisogno di un profondo rinnovamento, come l’antiquata tv che troneggia nel salotto di Buckingham Palace. Trasmette un solo canale, quello della tv di Stato (la BBC) e contrasta con le esigenze dei moderni tubi catodici, sempre più indirizzati verso la tv satellitare. E proprio l’episodio dedicato alla BBC è uno dei più azzeccati. Probabilmente perché narrato con frequente uso di metafore, un continuo parallelismo con la monarchia inglese. Da un lato, infatti, troviamo la resistenza tradizionalista di Elisabetta e Filippo. Dall’altro, invece, c’è la spinta innovativa di Carlo, che guarda costantemente al futuro, pensando a quando sarà lui il titolare del trono. “The Crown 5”, quindi, si sofferma sugli anni in cui si parlava di una possibile abdicazione della sovrana, dovuta principalmente all’età avanzata, per lasciar posto al primogenito.

Proprio la televisione, da sempre, ha caratterizzato il Regno della Regina Elisabetta. La sua, infatti, fu la prima incoronazione ad essere trasmessa in diretta. Esattamente come il matrimonio di Carlo e Diana. A loro due, come era prevedibile, “The Crown 5” dedica ampio spazio. A quelle nozze che cominciarono come le favole più belle e finirono come il peggiore degli incubi. Attenzione, però, perché il racconto della morte di Diana non ha alcun accenno in questa stagione e, con ogni probabilità, sarà al centro della prossima. Poi,  è vero che era abbastanza scontato che questa serie non avrebbe affrontato il Regno di Elisabetta II per intero.

Ma c’è però da evidenziare come, in questa stagione, non ci siano grossi salti temporali. Strano, perché, in passato “The Crown” ci aveva abituato diversamente. Deludono, inoltre, e non poco, i due attori protagonisti. La Diana di Elizabeth Debicki è abbastanza somigliante (seppur decisamente troppo alta!), ma le manca molto dell’eleganza e, allo stesso tempo, della complessità caratteriale dell’originale. Male anche il Carlo di Josh O’Connor, dotato di un fascino mai appartenuto al neo eletto Re.

Lascia sensazioni contrastanti anche l’Elisabetta di Imelda Staunton, tratteggiata come stanca e delusa. L’attrice si cala bene nel ruolo, ma alla lunga fa intravedere di non essere pienamente convinta della parte che le è stata assegnata. Ad ogni modo, il tema centrale di “The Crown 5” è quello dell’inquietudine, un sentimento che pervade tutti e dieci gli episodi della stagione. Episodi che, rispetto al passato, hanno un’impostazione monografica che fa perdere il consueto dinamismo al prodotto finale. Non c’è una linea verticale a collegarli, sono autoconclusivi e, tranne rare eccezioni, poco riusciti. Oltre a sopra citato episodio incentrato sulla BBC, gli altri degno di menzione sono quello dedicato agli Al-Fayed e quello con protagonista Filippo.

Come scrivevamo in precedenza, anche il cast, che nelle scorse stagioni era stato un punto di forza, qui delude. Così, ciò che davvero dà valore a “The Crown 5” sono scenografia, fotografia e trucco. La confezione esterna, insoma, perché, soffermandosi sui contenuti, persino la sceneggiatura di un maestro come Peter Morgan risulta lacunosa e svogliata. Non resta, quindi, che riporre tutte le attese sul sesto e ultimo capitolo, quando Morgan narrerà gli stessi eventi già raccontati in “The Queen” di Stephen Frears. Lì sarà il vero banco di prova. Lì capiremo se questa serie ha fatto fare il salto di qualità a Netflix, oppure se si è adeguata, negli anni, agli standard del colosso dello streaming.

“Bones and All” la recensione del film

Regia: Luca Guadagnino
Cast: Taylor Russell, Timothée Chalamet, Mark Rylance, Kendle Coffey, Ellie Parker, Madeleine Hall, Sean Bridgers, Anna Cobb, David Gordon Green, Michael Stuhlbarg, Jessica Harper, Chloë Sevigny
Genere: Drammatico, horror, romantico
Paese: Italia, USA
Durata: 130 minuti
Voto: OOOO (su 5)

Anni Ottanta. Maren è un’adolescente che vive con il padre in Virginia. È, però, caratterizzata da una natura molto particolare, che porterà l’uomo ad abbandonarla. Così, Maren dovrà imparare ad arrangiarsi: deciderà di partire alla ricerca della madre, che non ha mai conosciuto, per capire se potrà trovare un appiglio al quale aggrapparsi. Durante il tragitto, Maren incontrerà altri emarginati e disadattati, che come lei vagano tra uno Stato e l’altro. L’era della presidenza Reagan non sembra aver fatto molto per venire incontro ai vagabondi che, invece, devono sopravvivere con i mezzi di sostentamento che trovano. Maren avrà però un incontro speciale, quello con Lee, un ragazzo affascinante quanto allo sbando, che come lei sembra non avere alcun riferimento.

“Bones and All” la recensione del film

La ricerca della bellezza, nei film di Guadagnino, è una costante. Il regista ama curare ogni inquadratura nei minimi dettagli e si innamora dei corpi dei suoi attori. Talmente tanto, da andare a ispezionarne ogni centimentro, fino a morderne la vitalità. In particolare, il cineasta sembre essere attratto dall’età dell’adolescenza, dai tumulti (interiori ed esteriori) che essa porta con sé. Adora le incertezze di quegli anni, in cui gli ormoni si impossessano di tutto, dal cervello sino ai piedi, portando i ragazzi all’esasperazione di ogni emozione. Così, si oscilla velocemente dall’entusiasmo alla tristezza, in un’assenza totale di equilibrio. Guadagnino gongola in questa sensazione di vuoto, sguazza nel labile confine che si crea tra vita e morte.

“Bones and all” è solo l’ultimo capitolo di una filmografia che, in fondo, ha sempre trattato gli stessi temi. Da “Chiamami col tuo nome” in poi, infatti, Guadagnino parla di corpi in stato di metamorfosi continua. E la forma ai suoi personaggi la dà lui, maneggiandone con cura le fattezze attraverso la macchina da presa. Del resto, anche in “Suspiria”, al centro della scena c’era una protagonista freak, relegata ai margini della società. Proprio in loro, negli scarti, Guadagnino trova una straordinaria forza, in grado sì di distruggere, ma anche di rigenerare.

I volti dei prediletti dal regista sono sempre inquieti. Sono i volti dell’adolescenza, quelli che trasmettono, allo stesso tempo, rabbia e compassione, ribellione e generosità. Chi l’ha detto che la violenza è senza senso? “Bones and all” sfata questo falso mito e, anzi, si mette proprio alla ricerca delle ragioni di chi, rifiutato dagli affetti, inizia un viaggio nei sentieri selvaggi di chi è senza calore (umano).

Da qui si parte. Da una ragazza, Maren, abbandonata dal padre all’indomani del suo diciottesimo compleanno. Il viaggio inizia per ‘colpa’ di genitori inadeguati che danno al giovane corpo di lei una spinta verso gli abissi della paura più terribile: la solitudine. E proprio in questi abissi notturni, la ragazza trova il suo posto scomodo nella vita, un incubo in mezzo al quale avrà la sola arma del coraggio ad aiutarla.

“Bones and all” è tratto dall’omonimo romanzo di Camille DeAngelis e narra di un’ adolescente nata cannibale. Nata, non diventata. La differenza sembra sottile, eppure, nella pratica, è enorme. Non c’è alcuna scelta nella sua condizione, è una condanna della quale Maren scopre lentamente ogni maledetta capacità. La vita, o meglio, la condanna la porterà sulle tracce della madre, anch’ella ignobile latitante, sfuggita ai proprio doveri sin dalla nascita della protagonista. Sulla strada la giovane dovrà misurarsi con figure inquietanti come quella di Sully (uno straordinario Mark Rylance) che le insegnerà i macabri poteri del suo olfatto. Ma Maren, nel sentiero della ricerca di sé stessa, troverà anche l’anima gemella, che risponde a quella di Lee. Anche lui, infatti, ha l’esigenza di nutrirsi di carne umana ma, a differenza di Sully, non ne va fiero, anzi vive con perenne senso di colpa.

Se state pensando che i cannibali siano la peggiore sfaccettatura dell’umanità, beh, “Bones and all” è qui a cancellare questa vostra certezza. Maren e Lee hanno le caratteristiche dei peggiori mostri, eppure qui si rivelano come persone fragili, condannati dalla loro natura a vivere di morsi e rimorsi. I veri esseri immondi, semmai, sono gli adulti, coloro che si nutrono dei loro simili non per fame di vita, ma per scelta, per divertimento. Non ha nessuna colpa chi è costretto a sopravvivere, semmai ce l’ha chi abbandona anziché proteggere, chi ricorre alla violenza per prevaricare il più debole. Chi vive come se si trovasse allo stato brado e non in società. Qui si nasconde il cuore di “Bones and all”.

E, alla ricerca di questo cuore, Guadagnino, come un cannibale in cerca di vita in una società cadaverica, scarnifica i corpi di Russell e Chalamet. Corpi che, davanti all’obbiettivo del suo occhio cinematografico, trovano una chimica perfetta. Si baciano con passione, si mordono, si annusano e si fondono fino a diventare una cosa sola. Un solo corpo, con un lato maschile e un lato femminile, che compie lentamente una metamorfosi talmente profonda da trasformare la rabbia in estasi. L’essere perfetto, in fondo, esiste solo nell’incontro tra solitudini.

Armageddon nucleare Biden “Putin non scherza si rischia davvero”

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Baby Gang e la rissa con Simba La Rue faida fra trapper a Milano

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Van Gogh il suo “I Girasoli” vandalizzato da due ambientaliste

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