Imbucato teatrale la recensione de “La casa di frontiera”

Imbucato teatrale la recensione de “La casa di frontiera”

In scena al Teatro Ghione

In un futuro distopico il napoletano Gennaro Strummolo vive in un casa sulla frontiera fra la Riserva Napoletana e la florida Repubblica del Nord. Tanta è la voglia di farsi accettare dagli arroganti padroni di casa che il Nostro cambia il proprio nome in Genny. Inventandosi ascendenze teutoniche e coinvolgendo anche la sorella Addolorata, ribattezzata Dolly, a seguire lezioni di pura lingua padana. A rovinare il suo progetto provvede però Ciro, il fidanzato di Dolly. Il quale, da vero “mariuolo” partenopeo, sfrutta cinicamente la situazione per il suo esclusivo tornaconto, distruggendo il faticoso tracciato di integrazione che Gennaro da tempo percorre.

Il testo, ricco di ironia e di battute paradossali, è recitato a ritmo elevato da Francesco Procopio e dall’affiatato gruppo che lo circonda. Colorato dai suoi movimenti disarticolati e dal bizzarro eloquio che imita il dialetto dei dominatori. Tutta la vicenda è però pervasa da una linea amara, come un sottotesto di tristezza che esplode nella scena finale. Dove il protagonista, non riuscendo ad accettare il crollo di tutte le sue certezze, ha un tracollo emotivo che lo porta in una sua esclusiva realtà. Da sottolineare l’esilarante apparizione di Genny e Dolly, in perfetta divisa padana, per andare a deporre in Tribunale.

Maurizio Zucchetti

La recensione di “Neanche il tempo di piacersi”

Imbucato teatrale la recensione di “Neanche il tempo di piacersi”

Lo spettacolo messo in scena da Marco Falaguasta al teatro della Cometa dimostra ancora una volta che la sua dimensione ottimale è quella dell’ one man show. Quella del colloquio diretto con il pubblico, che ascolta il suo racconto e vive i suoi ricordi. Questa volta si parte dalla difficoltà di relazione con la figlia appena maggiorenne ed il suo mondo pieno di stimoli ed iperconnesso. Il confronto, esilarante, è con il mondo degli adolescenti degli anni ’80 fatto di telefoni a gettone, spalline e giubbotti alla Fonzie. Con le cassette del mangianastri della macchina che si inceppavano sempre nel momento meno opportuno.

E poi il confronto con la burocrazia, e con un sistema del quale il cinquantenne di oggi subisce la velocità. Velocità che non lascia, appunto, neanche il tempo di piacersi. Si ride parecchio, soprattutto per le situazioni nelle quali ognuno di noi si riconosce. Messe in scena dal protagonista con la consueta carica di simpatia e passione. Ma non manca la riflessione sugli insegnamenti fondamentali che ogni genitore deve trasmettere. Essenziale ma efficace la scenografia con i pannelli su cui si proiettano i filmati. Irresistibile la passeggiata sul palco con il CIAO rosso fiammante.

Maurizio Zucchetti