Titolo: Quattro presunti familiari
Autore: Daniele Mencarelli
Editore: Sellerio editore
Genere: noir, thriller, poliziesco investigativo
Pagine: 304
prezzo: 16,90 euro
ebook: 10,99 euro
Quattro presunti familiari di Daniele Mencarelli: un noir che non ritrova la forza dei suoi primi romanzi
Ci sono scrittori ai quali finiamo per chiedere più che ad altri. Non necessariamente perché debbano ripetersi, anzi: uno scrittore ha tutto il diritto di cambiare strada, sperimentare generi diversi e mettere alla prova la propria voce. Ma quando quella voce ci ha colpito profondamente, quando l’abbiamo riconosciuta dopo poche righe e abbiamo imparato ad aspettarla, il confronto con ciò che è venuto prima diventa quasi inevitabile.
È esattamente quello che mi è accaduto leggendo Quattro presunti familiari di Daniele Mencarelli.
Il nuovo romanzo dello scrittore romano parte da un’idea che, sulla carta, possiede tutto per conquistarmi: uno scheletro rinvenuto nei boschi intorno a Norma, in provincia di Latina, un’identità da ricostruire, quattro persone accomunate dalla speranza terribile che quei resti appartengano proprio al familiare scomparso che cercano da anni.
Eppure qualcosa, durante la lettura, non ha funzionato.
Anzi, dirò di più: terminato il romanzo, la sensazione dominante è stata quella di non aver ritrovato davvero il Daniele Mencarelli che avevo amato nei suoi primi libri.
Quattro presunti familiari: la trama
Nei boschi intorno a Norma viene ritrovato uno scheletro umano, rimasto nascosto nella vegetazione per molti anni e conservatosi abbastanza da consentire agli investigatori di tentare di ricostruirne l’identità.
A occuparsi del caso sono i carabinieri di Latina, in particolare il maresciallo Damasi e il giovane appuntato Circosta.
Le indagini restringono il campo a tre donne scomparse in un periodo compatibile con quello della morte. Vengono così convocati quattro possibili parenti: persone che da anni vivono in una sorta di limbo, sospese tra speranza e lutto, incapaci di elaborare davvero una perdita perché di quella perdita non esiste ancora una certezza.
Il DNA stabilirà chi potrà finalmente dare un nome a quelle ossa.
Ed è una prospettiva terribile: per ciascuno di loro, scoprire che lo scheletro appartiene alla persona amata significherebbe contemporaneamente perdere ogni speranza e ottenere finalmente una verità.
Da questo punto di partenza Mencarelli costruisce non tanto un giallo tradizionale quanto un noir psicologico e morale, nel quale l’indagine diventa il pretesto per raccontare il dolore, il potere, la violenza e soprattutto le diverse forme della sopraffazione.
Un’idea narrativa molto forte
Bisogna riconoscerlo: l’idea alla base di Quattro presunti familiari è notevole.
Mi ha colpito soprattutto quella sorta di crudele lotteria emotiva che coinvolge i quattro parenti. Tutti vogliono sapere. Tutti aspettano da anni. Eppure tutti, in fondo, sono costretti a desiderare che quelle ossa appartengano proprio alla persona che hanno perduto.
È un paradosso dolorosissimo.
Il romanzo avrebbe potuto scavare in maniera devastante in questa condizione: cosa accade a chi aspetta per vent’anni una persona scomparsa? Quando la speranza smette di essere una consolazione e diventa una condanna? È peggiore una morte certa oppure un’assenza che non permette mai di chiudere la porta?
Sono domande potentissime.
Ed è proprio qui che nasce una parte della mia delusione: ho avuto continuamente l’impressione che il romanzo possedesse un nucleo emotivo molto più forte di quello che riesce realmente a restituire.
L’idea mi ha coinvolto più della sua realizzazione.
Il problema, per me, è Circosta
A raccontare la storia è soprattutto lo sguardo dell’appuntato Circosta.
È giovane, inesperto, tutt’altro che eroico. Osserva il maresciallo Damasi, i colleghi, i quattro familiari e quel mondo di provincia nel quale l’autorità della divisa può facilmente trasformarsi in abuso.
In teoria è una scelta interessante.
Circosta dovrebbe essere un personaggio in formazione: un uomo ancora incerto su chi vuole essere, costretto a scegliere tra modelli opposti di autorità e di mascolinità.
Da una parte c’è Damasi, discreto, misurato, consapevole del significato della propria funzione. Dall’altra ci sono figure nelle quali il potere diventa prepotenza, aggressività, esibizione della forza.
Il problema è che Circosta non è riuscito a coinvolgermi fino in fondo.
Troppo spesso mi è sembrato più uno strumento attraverso il quale Mencarelli potesse esporre il proprio discorso che una persona realmente viva. Ne percepisco la funzione narrativa, comprendo il percorso che dovrebbe compiere, ma raramente sono riuscita a dimenticare la costruzione che gli sta dietro.
E quando in un romanzo così fortemente affidato alla voce del protagonista non nasce un vero rapporto con quella voce, inevitabilmente qualcosa si spezza.
Latina, Littoria e la nostalgia del potere
Uno degli aspetti più evidenti di Quattro presunti familiari è il rapporto con il territorio.
Latina non è semplicemente il luogo nel quale avviene la vicenda. La sua origine fascista, la memoria di Littoria, l’architettura, il rapporto con l’autorità e una certa nostalgia per un passato fondato sull’ordine e sulla gerarchia entrano direttamente nel romanzo.
Mencarelli prova a mostrare un’energia che sopravvive al periodo storico che l’ha generata.
Il fascismo, quindi, non viene raccontato soltanto come memoria politica. Diventa una cultura della forza, una concezione dell’uomo, una virilità frustrata che ha bisogno di qualcuno sul quale esercitare il proprio potere.
È probabilmente una delle idee più ambiziose del libro.
Eppure anche qui ho avvertito una certa rigidità.
A tratti mi è sembrato che il romanzo volesse dimostrarmi qualcosa prima ancora di raccontarmelo.
La distinzione tra il potere esercitato come servizio e quello vissuto come sopraffazione è chiara, forse persino troppo. Alcuni personaggi finiscono così per apparire meno complessi di quanto avrei voluto, quasi chiamati a rappresentare una posizione all’interno del discorso morale del romanzo.
Il risultato è un mondo effettivamente cupo, violento e soffocante, ma talvolta più programmatico che autenticamente inquietante.
Il male viene indicato con precisione.
Io avrei preferito scoprirlo.
Dove è finito il Mencarelli dei primi romanzi?
Ed eccoci al punto che per me pesa maggiormente.
Ho conosciuto e amato Mencarelli attraverso romanzi come La casa degli sguardi, Tutto chiede salvezza e Sempre tornare.
Libri diversissimi da questo, certamente. Sarebbe ingiusto pretendere che uno scrittore continui a riscrivere la stessa storia.
Ma ciò che mi manca non è l’autobiografia.
Mi manca l’urgenza.
Nei primi Mencarelli avevo la sensazione che le parole arrivassero da una necessità quasi fisica. C’era qualcosa di ruvido e insieme luminoso nella sua maniera di raccontare gli ultimi, la fragilità, la malattia, la dipendenza, la paura di non essere all’altezza della vita.
Erano libri nei quali il dolore non aveva bisogno di essere spiegato troppo, perché lo sentivi.
Mencarelli possedeva soprattutto una qualità che considero rarissima: riusciva a trovare un lampo di umanità anche dentro personaggi devastati, senza trasformarli in simboli.
Il suo sguardo aveva compassione senza diventare sentimentale.
Quella capacità di entrare nelle ferite delle persone senza giudicarle era, per me, la sua forza più grande.
In Quattro presunti familiari ne restano certamente delle tracce. Sarebbe falso sostenere il contrario.
Ma le ho trovate più deboli.
Qui sento maggiormente lo scrittore che costruisce, organizza, dispone i personaggi e li muove all’interno di un progetto. Nei primi romanzi, invece, avevo quasi l’impressione opposta: che fossero i personaggi a trascinare con sé lo scrittore.
È una differenza sottile, ma per me fondamentale.
Anche il dolore dei familiari resta a distanza
Ed è un vero peccato, perché i quattro presunti familiari avrebbero potuto essere il cuore assoluto della storia.
Sono persone deformate dall’attesa.
Hanno trascorso anni senza poter dichiarare morto chi amavano e senza poter credere davvero che fosse vivo. Hanno dovuto continuare a esistere dentro una domanda senza risposta.
Mencarelli conosce bene il dolore e sa descriverne le conseguenze.
Eppure questi personaggi mi sono sembrati a tratti più osservati che vissuti.
Li guardiamo attraverso Circosta, attraverso il loro comportamento, attraverso le conseguenze che la scomparsa ha prodotto nelle loro vite. Ma proprio la scelta di filtrare gran parte della storia attraverso una voce esterna finisce, secondo me, per allontanarli.
Avrei voluto entrare maggiormente nella loro ossessione, sentirne l’angoscia.
Avrei voluto arrivare al risultato del DNA quasi con paura di leggere la pagina successiva.
Questo coinvolgimento, almeno per me, non è arrivato con la forza che mi aspettavo.
È un giallo? Non proprio, ed è giusto così
Un altro punto va chiarito: chi affronta Quattro presunti familiari aspettandosi un giallo classico rischia di rimanere deluso.
Il ritrovamento dello scheletro, l’identificazione della vittima e l’indagine costituiscono l’ossatura del romanzo, ma non rappresentano il suo vero centro.
Mencarelli sembra interessato molto più alle conseguenze morali della vicenda che al meccanismo investigativo.
Personalmente questo non mi disturba.
Non ho bisogno che un romanzo rispetti rigidamente le regole di un genere. Anzi, spesso trovo più interessanti proprio i libri che utilizzano il giallo per raccontare altro.
Il problema è differente.
Se si rinuncia in parte alla tensione del giallo, bisogna sostituirla con una tensione emotiva altrettanto forte.
Ed è proprio quella tensione che qui, almeno nella mia lettura, procede a corrente alternata.
Ci sono intuizioni riuscite, pagine dure e passaggi capaci di mostrare la vecchia sensibilità di Mencarelli. Ma tra questi momenti ho avvertito anche lentezze, insistenza e una certa meccanicità.
Una svolta coraggiosa che non mi ha convinto
Non considero Quattro presunti familiari un romanzo privo di valore.
Sarebbe una valutazione troppo facile e, soprattutto, poco sincera.
Mencarelli prova a cambiare forma narrativa, costruisce un’atmosfera scura, affronta il rapporto tra autorità e violenza, ragiona sul lutto impossibile delle famiglie degli scomparsi e mette al centro uomini tutt’altro che edificanti.
Sono scelte interessanti.
Ma un romanzo può essere interessante senza riuscire a emozionarmi.
Ed è esattamente quello che mi è accaduto.
Ho riconosciuto l’intelligenza dell’operazione molto più di quanto abbia sentito la storia.
Soprattutto, ho continuato a cercare durante tutta la lettura quel Mencarelli che nei suoi primi romanzi riusciva a prendermi per mano e trascinarmi nella disperazione di un altro essere umano fino a farmela sembrare, per qualche pagina, anche mia.
Qui quella vicinanza non l’ho sentita.
La mia opinione finale
Quattro presunti familiari di Daniele Mencarelli è probabilmente uno dei suoi romanzi più diversi e più cupi, una storia nella quale l’enigma investigativo serve soprattutto per interrogarsi sul potere, sulla violenza e sulla possibilità di riscattarsi dai propri errori.
Capisco perfettamente perché possa piacere.
Capisco chi vi ritrova la capacità di Mencarelli di raccontare le esistenze ferite e apprezzo il tentativo di abbandonare territori narrativi già esplorati.
Io, però, sono rimasta fuori.
Non perché volessi un’altra Casa degli sguardi o un altro Tutto chiede salvezza. Sarebbe persino ingeneroso chiederglielo.
Avrei voluto ritrovare la stessa verità.
Quell’immediatezza ruvida, quella pietà per gli esseri umani, quella capacità quasi feroce di trasformare una vita qualunque in qualcosa che riguarda tutti noi.
In Quattro presunti familiari vedo molto mestiere, un progetto preciso e temi importanti.
Ma sento meno anima.
E forse è proprio questa la mia maggiore delusione: non aver letto un brutto romanzo, ma un romanzo di Daniele Mencarelli nel quale ho faticato a riconoscere il Daniele Mencarelli che mi aveva fatto innamorare della sua scrittura.
Barbara Piergentili
(account Instagram: letture_barbariche)
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