21 Agosto 2026

“La lince sa aspettare” di Daniele Bresciani: recensione

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Titolo: La lince sa aspettare
Autore: Daniele Bresciani
Editore: Bompiani
Genere: noir, thriller, poliziesco investigativo
Pagine: 560
prezzo: 20,90 euro
ebook: 9,99 euro

“La lince sa aspettare” di Daniele Bresciani: la recensione

Ci sono romanzi che ti conquistano lentamente e altri che, fin dalle prime pagine, ti fanno capire che sarà difficile interrompere la lettura. “La lince sa aspettare” di Daniele Bresciani, edito da Bompiani, per me appartiene decisamente alla seconda categoria.

Avevo già apprezzato molto Bresciani con Testimone la notte e soprattutto avevo imparato ad affezionarmi al suo ispettore Dario Miranda. Con questo nuovo romanzo, però, credo che l’autore abbia fatto un passo ulteriore: l’indagine è più ampia, più cupa e, soprattutto, affonda le proprie radici in una pagina della Storia capace di dare alla vicenda un peso che va ben oltre la semplice ricerca dell’assassino.

Perché La lince sa aspettare è certamente un ottimo poliziesco investigativo, ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto questo.

Una Milano sospesa tra il ritorno alla normalità e la morte

Siamo a Milano, nell’agosto del 2021. La seconda ondata della pandemia da Covid sembra finalmente alle spalle e le persone provano a riprendersi quella normalità che per troppo tempo è stata negata. Si torna a uscire, a incontrarsi e persino a celebrare matrimoni.

Proprio durante i preparativi per un ricevimento in una cascina lungo il Lambro, però, quella ritrovata normalità viene brutalmente spezzata.

La ruota di un vecchio mulino non riesce a partire. A bloccarla c’è il corpo di una donna assassinata in maniera atroce.

È soltanto l’inizio.

Dario Miranda si trova presto davanti a una serie di omicidi apparentemente inspiegabili. Le vittime sono tutte di nazionalità albanese e le modalità delle uccisioni sono tanto crudeli quanto difficili da decifrare. Gli indizi, invece, sembrano non esserci.

Da qui prende vita un’indagine complessa, nella quale presente e passato iniziano progressivamente ad avvicinarsi fino a diventare inseparabili.

Ed è proprio questa costruzione a essere, secondo me, uno dei maggiori punti di forza del romanzo.

Il passato non passa mai davvero

Daniele Bresciani porta il lettore lontano dalla Milano contemporanea e indietro nel tempo, fino agli ultimi anni dell’Albania dominata dal regime di Enver Hoxha.

È qui che La lince sa aspettare acquista una profondità particolare.

Dietro il mistero investigativo emergono infatti la paura, le persecuzioni, la disperazione di chi tentava di fuggire da un Paese nel quale la libertà poteva costare la vita. Il mare, le montagne, i confini da attraversare diventano così molto più di uno scenario: rappresentano la distanza, spesso terribilmente sottile, tra la prigionia e la speranza.

Bresciani riesce soprattutto a evitare un errore nel quale sarebbe stato facilissimo cadere: trasformare la parte storica in una lunga spiegazione.

Non succede.

Il passato entra nella narrazione perché deve entrarci. Non è una parentesi inserita per dimostrare quanto sia stata accurata la documentazione dell’autore, ma una componente indispensabile dell’indagine e delle vite dei personaggi.

E più si procede nella lettura, più diventa evidente una cosa: certe storie possono aspettare per anni, ma non scompaiono.

Prima o poi tornano.

Esattamente come una lince in agguato.

Dario Miranda è ancora una volta il personaggio che fa la differenza

Poi c’è lui: Dario Miranda.

Lo avevo già scritto parlando di Testimone la notte e posso tranquillamente ripeterlo: Miranda mi piace moltissimo.

Mi piace perché non è costruito per risultare simpatico a tutti i costi. È scorbutico, solitario, a volte complicato, ma è anche un investigatore capace e ostinato. Soprattutto, è credibile.

Non ha quell’aria da investigatore infallibile che troppo spesso rovina i protagonisti dei thriller. Miranda cerca, sbaglia, osserva, si irrita, insiste. E mentre prova a capire chi si nasconde dietro gli omicidi, deve anche fare i conti con persone che, paradossalmente, sembrano fare di tutto per impedirgli di salvarle.

È questo a rendere particolarmente interessante l’indagine: Miranda non deve combattere soltanto contro chi uccide, ma anche contro silenzi, segreti e paure.

Accanto a lui ritroviamo poi colleghi, amici hacker, medici di laboratorio e una pm con la quale il rapporto professionale nasconde qualcosa che Miranda continua, molto coerentemente con il suo carattere, a non voler affrontare fino in fondo.

Anche questa parte funziona perché Bresciani non trasforma mai la vita privata del protagonista in una soap opera infilata a forza dentro un poliziesco. I sentimenti restano presenti, rendono Miranda più umano, ma non sottraggono spazio all’indagine.

E personalmente lo apprezzo parecchio.

Un’indagine complessa che non perde mai il lettore

Uno dei rischi di una storia come questa era evidente.

Ci sono diversi personaggi, omicidi, segreti e piani temporali. Inoltre, l’indagine contemporanea deve intrecciarsi con avvenimenti accaduti molti anni prima e in un altro Paese.

Sarebbe bastato poco per creare confusione.

Invece Bresciani mantiene sempre saldamente in mano le redini della storia.

Gli elementi vengono distribuiti con attenzione e, soprattutto, il lettore ha continuamente la sensazione che ogni dettaglio possa avere un significato.

Naturalmente non tutto è ciò che sembra.

Anzi.

Bresciani gioca molto bene proprio con le convinzioni di chi legge. Ci lascia formulare ipotesi, ci permette di credere di aver trovato finalmente una strada e poi sposta qualcosa. Non necessariamente con il classico colpo di scena urlato, ma attraverso nuove informazioni che cambiano la prospettiva.

Ed è un meccanismo che funziona.

Perché un buon investigativo, almeno per quanto mi riguarda, deve fare esattamente questo: deve permettermi di indagare insieme al protagonista senza consentirmi di arrivare alla soluzione troppo facilmente.

La lince sa aspettare riesce a mantenere questo equilibrio fino alla fine.

560 pagine che non pesano

Parliamo di un romanzo di 560 pagine, quindi certamente non di una lettura breve.

Eppure non le ho sentite.

Questo, per un thriller, vale più di molti altri complimenti.

Bresciani ha uno stile diretto e molto visivo. Le scene scorrono facilmente e il ritmo dell’indagine spinge a proseguire. Anche nei momenti nei quali l’azione inevitabilmente rallenta, la tensione non scompare perché rimane sempre qualche domanda senza risposta.

Non ho avuto quella sensazione, abbastanza frequente nei romanzi molto lunghi, che una parte potesse tranquillamente essere eliminata senza modificare nulla.

Al contrario, andando avanti ci si accorge progressivamente di quanto siano importanti i collegamenti.

Certo, La lince sa aspettare richiede attenzione. Non è uno di quei gialli da leggere distrattamente saltando qualche pagina, perché personaggi e avvenimenti hanno un peso nella costruzione complessiva.

Ma questa, per me, è una qualità e non un difetto.

Mi piacciono i thriller che rispettano il lettore abbastanza da chiedergli di partecipare.

La violenza non diventa spettacolo

Gli omicidi raccontati nel romanzo sono particolarmente brutali e Bresciani non cerca certo di nasconderlo.

Eppure la violenza non mi è sembrata mai utilizzata soltanto per scioccare.

È una distinzione importante.

Nei thriller contemporanei capita spesso di imbattersi in una sorta di gara all’omicidio più fantasioso o raccapricciante, quasi che la crudeltà possa sostituire una buona trama. Qui accade esattamente il contrario: il modo in cui le vittime vengono uccise fa parte del mistero.

La brutalità ha un significato.

Dietro quei corpi ci sono storie, rancori, paure e soprattutto un passato che pretende di essere ricordato.

Per questo gli omicidi colpiscono, ma non sembrano mai inseriti soltanto per ottenere un facile effetto.

Milano è molto più di uno sfondo

Anche Milano continua ad avere un ruolo importante nei romanzi di Bresciani.

Non è la classica città da cartolina e neppure uno scenario generico sul quale muovere i personaggi. C’è invece una Milano meno scontata, fatta di luoghi che riescono continuamente a sorprendere Miranda e, insieme a lui, il lettore.

Una città che nel 2021 sta cercando di tornare alla vita dopo il Covid e che proprio per questo offre un contrasto molto efficace con la morte che apre il romanzo.

Da una parte ci sono i matrimoni, le persone che finalmente ricominciano a incontrarsi e il desiderio collettivo di lasciarsi alle spalle un periodo terribile. Dall’altra emerge qualcosa che arriva da molto più lontano e che dimostra come non tutti i conti con il passato possano essere chiusi semplicemente decidendo di andare avanti.

È un contrasto che attraversa l’intero libro.

Un noir che parla soprattutto di memoria e paura

Ed è forse questo l’aspetto che ho amato maggiormente di La lince sa aspettare.

Sotto l’indagine, sotto i cadaveri e sotto la ricerca dell’assassino c’è una storia che parla di memoria.

Parla delle conseguenze delle scelte.

Parla di cosa siamo disposti a fare quando abbiamo paura e, al contrario, di quanto possiamo rischiare quando intravediamo una possibilità di salvezza.

Bresciani parte da eventi lontani geograficamente e temporalmente, ma riesce a renderli vicini.

Il passato, in questo romanzo, non è mai veramente passato. Rimane nascosto, osserva, aspetta il momento opportuno e poi torna a reclamare qualcosa.

Il titolo, quindi, è perfetto.

La lince sa aspettare.

Non ha bisogno di correre.

Rimane nascosta fino al momento in cui può colpire.

“La lince sa aspettare”: un thriller che ho amato

Arrivata alla fine posso dirlo senza esitazioni: ho amato questo romanzo.

Se Testimone la notte mi aveva fatto apprezzare ancora di più Dario Miranda, La lince sa aspettare mi ha convinta definitivamente della forza di questa serie.

C’è un’indagine ben costruita, naturalmente, ma c’è soprattutto una storia nella quale ogni personaggio sembra custodire qualcosa. Nessuno può essere osservato soltanto in superficie e praticamente ogni certezza è destinata, prima o poi, a essere messa in discussione.

La cosa che apprezzo maggiormente di Bresciani è proprio questa: riesce a costruire trame complesse senza compiacersi della loro complessità.

Non sembra voler dire al lettore: “Guarda quanto sono bravo a confonderti”.

Fa qualcosa di molto più difficile.

Ti accompagna dentro il mistero.

Ti permette di raccogliere gli indizi insieme a Miranda, di sospettare, cambiare idea e tornare sui tuoi passi. Poi, quando i pezzi cominciano finalmente ad andare al proprio posto, ti accorgi che erano stati davanti ai tuoi occhi molto più a lungo di quanto pensassi.

Ed è esattamente ciò che voglio trovare in un buon poliziesco investigativo.

A questo si aggiunge una componente storica importante, affrontata senza appesantire la narrazione, e un protagonista che continua a mostrarsi imperfetto, burbero e profondamente umano.

Perciò sì, questa volta il mio giudizio è decisamente poco diplomatico: “La lince sa aspettare” è un gran bel noir.

Uno di quelli che, nonostante le 560 pagine, finiscono troppo presto.

E adesso il problema è sempre lo stesso che avevo avuto dopo Testimone la notte: tocca aspettare ancora Dario Miranda.

Speriamo soltanto che Bresciani non abbia imparato troppo bene dalla sua lince.

Barbara Piergentili
(account Instagram: letture_barbariche)

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