Titolo: Vertigine
Autore: Franck Thilliez
Editore: Fazi Editore
Genere: thriller
Pagine: 312
prezzo: 19 euro
ebook: 10,99 euro
“Vertigine” di Franck Thilliez è un thriller claustrofobico, cupo e profondamente inquietante che mette l’uomo di fronte alla sua paura più elementare: morire. Ma, soprattutto, lo costringe a chiedersi fino a che punto sarebbe disposto a spingersi pur di sopravvivere.
Chi conosce Franck Thilliez sa bene che con lui niente è mai soltanto ciò che sembra. Un dettaglio apparentemente insignificante può diventare fondamentale cento pagine dopo, una certezza può crollare in poche righe e il lettore deve imparare molto presto una regola: non fidarsi di nessuno. Nemmeno di quello che sta leggendo.
Eppure, devo ammetterlo, con Vertigine il mio rapporto è stato diverso rispetto ad altri suoi romanzi.
Mi è piaciuto, questo sì. Ma per buona parte della lettura ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa. Quel ritmo quasi compulsivo, quell’urgenza di voltare pagina che Thilliez riesce solitamente a creare con una facilità disarmante qui lascia spazio a una narrazione molto più lenta.
Poi arriva il finale.
E, improvvisamente, molte cose cambiano.
Vertigine di Franck Thilliez: tre uomini intrappolati nel buio
Jonathan Touvier ha cinquant’anni ed è un ex alpinista. Quando riprende conoscenza non sa dove si trovi né come sia arrivato lì. Attorno a lui ci sono soltanto buio, ghiaccio, umidità e freddo. Jonathan scopre presto di trovarsi in fondo a una grotta e, soprattutto, di essere incatenato a un polso. Con lui c’è il suo cane Pokhara, ma non è l’unica presenza.
Nella grotta ci sono altri due uomini.
Farid, un ragazzo di origini maghrebine, è incatenato a una caviglia. Michel, invece, può muoversi liberamente, ma indossa una terrificante maschera di ferro. Se si allontana troppo dagli altri due, la maschera esploderà.
A rendere tutto ancora più inquietante ci sono tre biglietti. Tre domande: Chi sarà il ladro? chi sarà il bugiardo? e chi sarà l’omicida? Qualcuno li ha condotti lì. Qualcuno ha stabilito le regole di quel gioco perverso. E, con ogni probabilità, qualcuno sa perfettamente cosa sta facendo. Almeno questo è ciò che crediamo.
Un thriller claustrofobico che sceglie la lentezza
La premessa di Vertigine di Franck Thilliez è potentissima. Il problema, almeno per me, arriva poco dopo.
La grotta diventa quasi l’unica dimensione possibile del romanzo. Non esiste praticamente un fuori. Ci sono il freddo, la fame, il ghiaccio, l’attesa e tre uomini che cercano disperatamente di capire perché siano stati rinchiusi lì.
Da una parte questa scelta funziona benissimo perché costruisce una sensazione di claustrofobia quasi fisica. Dopo qualche capitolo si ha davvero l’impressione che l’aria sia diventata più pesante e che quelle pareti di roccia stiano stringendosi anche intorno al lettore.
Dall’altra, però, proprio questa immobilità rallenta moltissimo il ritmo. Ed è probabilmente l’aspetto che mi ha convinta meno.
Sono abituata a un Thilliez che costruisce strutture narrative vertiginose, dissemina indizi, cambia continuamente prospettiva e costringe chi legge a rincorrerlo. In romanzi come Il manoscritto o Labirinti il lettore ha quasi la sensazione di partecipare a una sfida intellettuale contro l’autore.
In Vertigine accade qualcosa di diverso. Il gioco è molto più piccolo nello spazio, ma non necessariamente nelle intenzioni. Non bisogna correre. Bisogna aspettare.
E aspettare, in alcuni momenti, significa anche attraversare pagine nelle quali la situazione sembra ripetersi: il freddo aumenta, il cibo diminuisce, la tensione cresce, i sospetti cambiano direzione. Per questo, rispetto agli altri romanzi di Thilliez che ho letto, ho trovato Vertigine decisamente più lento.
Non noioso, attenzione. La curiosità rimane sempre. Vogliamo sapere chi abbia rinchiuso quelle persone nella grotta e quale sia il legame tra loro. Però la narrazione non possiede quella frenesia che considero quasi un marchio di fabbrica dello scrittore francese.
Quando il vero nemico non è il freddo
Dove Vertigine funziona molto bene è invece nell’analisi delle reazioni umane. Perché il vero centro del romanzo, a un certo punto, non è più capire come uscire dalla grotta. È capire chi diventeranno Jonathan, Farid e Michel se nessuno arriverà a salvarli. Thilliez elimina progressivamente tutto ciò che rende civile un essere umano: sicurezza, cibo, spazio, libertà, fiducia. Poi osserva quello che rimane.
La domanda iniziale — chi è il ladro, chi è il bugiardo, chi è l’omicida — assume quindi un significato molto più interessante. Non è necessariamente una domanda su quello che questi uomini sono.
Potrebbe essere una domanda su quello che diventeranno. Ed è qui che il romanzo acquista una crudeltà particolare. Quanto vale la morale quando hai fame? Quanto puoi continuare a considerarti una brava persona quando la tua sopravvivenza dipende dalla morte di qualcun altro?
E soprattutto: esiste davvero un limite che non supereremmo mai? È molto facile rispondere comodamente seduti sul divano. Molto meno quando Thilliez costruisce intorno ai suoi personaggi una situazione nella quale ogni giorno trascorso cancella un altro pezzo di umanità.
Jonathan, Farid e Michel: fidarsi è impossibile
Naturalmente, trattandosi di Thilliez, c’è un’altra questione fondamentale: la verità. Jonathan, Farid e Michel raccontano progressivamente qualcosa di loro stessi. Emergono ricordi, esperienze, segreti e parti del passato.
Ma possiamo credergli? È proprio questa incertezza a sostenere gran parte della tensione. Il lettore conosce soltanto quello che i personaggi decidono di raccontare e quello che Jonathan riesce a comprendere. Di conseguenza iniziamo anche noi a fare ciò che fanno loro: osservare, sospettare, mettere insieme dettagli.
Uno dei tre deve essere il bugiardo, uno il ladro, e uno l’omicida. Quindi ogni frase potrebbe nascondere qualcosa. E Thilliez sa perfettamente quanto sia pericoloso mettere un’etichetta nella testa di chi legge. Perché, una volta che iniziamo a cercare un bugiardo, finiamo inevitabilmente per interpretare ogni comportamento secondo quella convinzione.
Forse è proprio questa la trappola.
Il gioco di Franck Thilliez con il lettore
È l’aspetto che amo maggiormente nei romanzi di Franck Thilliez.
L’autore non vuole soltanto raccontare una storia. Vuole giocare con chi legge.
Lo aveva fatto magnificamente ne Il manoscritto, dove la soluzione diventava qualcosa di molto più grande della semplice scoperta di un colpevole. Lo ha fatto in Labirinti, costruendo una struttura narrativa nella quale entrare era facile e trovare l’uscita molto meno.
In “Il sogno”, invece, proprio perché avevo intuito troppo presto alcuni elementi fondamentali, quel gioco mi aveva soddisfatta meno. Con “Vertigine” ho provato entrambe le sensazioni. Per una lunga parte del romanzo ho avuto l’impressione di riuscire a tenere Thilliez sotto controllo. Seguivo la storia, formulavo ipotesi, aspettavo la spiegazione. Tutto interessante, tutto ben costruito, ma senza quella sensazione di totale smarrimento che normalmente cerco nei suoi libri. Quasi pensavo: stavolta non mi freghi.
Errore. Mai dirlo con Thilliez.
Il finale di Vertigine è il vero colpo di genio
Perché poi arrivano le ultime pagine. E qui Vertigine cambia completamente faccia. Naturalmente non dirò nulla di quello che accade. Sarebbe criminale togliere a qualcuno il piacere di arrivarci completamente impreparato.
Posso però dire che il finale è, senza dubbio, la parte migliore del romanzo.
Anzi, per me è eccezionale.
Non perché arrivi semplicemente il classico colpo di scena che ribalta la situazione. Sarebbe troppo facile. Thilliez fa qualcosa di molto più interessante: insinua un dubbio. E quel dubbio non riguarda soltanto le ultime pagine. Riguarda tutto ciò che abbiamo letto fino a quel momento.
È il genere di finale che ti costringe mentalmente a tornare indietro, a ripensare a particolari che avevi accettato senza discuterli e a domandarti dove esattamente l’autore abbia iniziato a prenderti in giro. Ed è proprio lì che ho ritrovato il Thilliez che aspettavo. Quello che non si limita a spiegarti cosa è successo.
Quello che, dopo averti dato una risposta, riesce a farti dubitare persino della risposta stessa. È una differenza enorme. Ci sono finali che chiudono un libro. E poi ci sono finali che, paradossalmente, lo riaprono. Quello di Vertigine appartiene decisamente alla seconda categoria.
Vertigine: il mio giudizio
Alla fine “Vertigine” di Franck Thilliez mi è piaciuto, anche se non lo metterei sullo stesso livello dei suoi romanzi che ho amato di più.
Il limite principale rimane il ritmo.
Il lungo isolamento nella grotta è funzionale alla storia, aumenta la sensazione di oppressione e permette all’autore di concentrarsi sulla psicologia dei personaggi. Tuttavia, in diversi momenti ho sentito la mancanza di quella velocità narrativa alla quale Thilliez mi ha abituata.
È un romanzo più lento, più chiuso e, per certi versi, più essenziale.
Ma è anche una storia feroce sulla sopravvivenza, sulla menzogna e sul fragile confine che separa l’essere umano dalla bestia quando vengono meno tutte le regole. Soprattutto, è un libro che conserva il meglio per la fine.
E devo ammettere che quelle ultime pagine hanno modificato anche il mio giudizio su ciò che avevo letto prima. Per buona parte del romanzo pensavo di trovarmi davanti a un buon thriller di Franck Thilliez, interessante ma meno travolgente rispetto ad altri.
Poi ho terminato l’ultima pagina. E ho capito che Thilliez, ancora una volta, aveva aspettato semplicemente il momento giusto per tirare via il tappeto da sotto i miei piedi.
Forse Vertigine non è il suo romanzo più adrenalinico, non è nemmeno quello che consiglierei per primo a chi non ha mai letto Franck Thilliez.
Ma quel finale?
Quello vale l’intero viaggio.
E conferma una cosa che, dopo diversi suoi romanzi, dovrei ormai avere imparato: con Franck Thilliez non bisogna mai fidarsi dell’ultima verità.
Barbara Piergentili
(account Instagram: letture_barbariche)
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