“La stranezza” la recensione del film

“La stranezza” la recensione del film

distribuito da Medusa Film

Regia: Roberto Andò
Cast: Toni Servillo, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Giulia Andò, Rosario Lisma, Aurora Quattrocchi, Donatella Finocchiaro, Galatea Ranzi, Fausto Russo Alesi, Filippo Luna, Tuccio Musumeci, Luigi Lo Cascio, Renato Carpentieri, Paolo Briguglia, Tiziana Lodato, Brando Improta, Angelo Del Romano, Sara Mennella
Genere: Commedia
Durata: 103 minuti
Voto: OOO 1/2 (su 5)

L’omaggio per l’ottantesimo genetliaco di Verga è l’occasione per un ritorno in Sicilia di Luigi Pirandello. All’arrivo a Girgenti una notizia dolorosa, la morte dell’amata balia Maria Stella, lo porta ad incontrare due becchini, Nofrio e Bastiano. Due esseri singolari che per diletto praticano anche il teatro. Un banale disguido impedisce e ritarda il funerale della balia. E costringe lo scrittore ad addentrarsi con i due becchini nei gironi infernali della corruzione degli addetti al cimitero. E poi ad attendere che l’incidente si risolva nella sua casa nella valle del Caos. Ossessionato da un’idea strana e ancora indefinita, la creazione di una nuova commedia, Pirandello trascorre lì ore inquiete e febbrili. Durante le quali si susseguono visioni spettrali, ricordi, malinconiche apparizioni.

“La stranezza” la recensione del film

Il film di Roberto Andò racconta la genesi dell’opera più creativa ed ibrida di Luigi Pirandello, ovvero “Sei personaggi in cerca d’autore”. Parla dell’amore per il teatro, messo in scena con l’incontro tra il celebre autore e due becchini a capo di una compagnia teatrale. Compagnia teatrale dove c’è poco talento, forse, ma di certo non manca entusiasmo, serietà e applicazione nel mettere in piedi lo spettacolo. Ed in questa vivacità artistica, troviamo l’annullamento totale della doppia dimensione: non c’è più differenza alcuna tra palco e pubblico, tra finzione e realtà. Proprio questo è uno dei punti centrali de “La stranezza”, che ricorda un teatro antico, quando la messa in scena altro non era se non un’estensione di ciò che accadeva nelle piazze, tra chiacchiericci e litigate.

Pirandello osserva tutto senza quasi fiatare, si diverte silenziosamente nel constatare la forza dirompente dell’imprevisto. Quella sporcatura lo esalta, eccita la sua creatività perché lì, nella “stranezza”, vive il punto di rottura tra chi guarda e chi è sul palco. E’ questa la pellicola migliore di Roberto Andò, non in senso assoluto, ma perché è la più completa. Qui, infatti, riesce a mettere in scena la nascita di un’opera sì datata, eppure capace di essere ancora oggi attualissima.

Con “La stranezza”, Roberto Andò realizza il suo film totale. Da sempre, infatti, riesce ad alternare il letterario col colto, ma stavolta fa qualcosa di ancor più geniale, se possibile. La trovata di affidarsi a Ficarra e Picone, infatti, giova e non poco alla vitalità del suo cinema. Perché è fondamentale per mescolare alto e basso, pause di dovuta riflessione e indispensabile ritmo e divertimento. La sua non è una semplice osservazione della realtà storica, è un divertito revisionismo della cronaca.

Ne “La stranezza” tutto è vissuto in bilico tra vita e finzione, persino il processo creativo nella mente di Pirandello. Ad un certo punto, sarà impossibile per lo spettatore capire dove finisce il racconto dei fatti e dove inizia il mondo fantasioso del palcoscenico. A dare anima a questo tormento, c’è la splendida interpretazione di Toni Servillo, che disegna un Pirandello sornione, amante del dietro le quinte. L’esatto contrario di quanto fatto in “Qui rido io”, dove, invece, si è dimostrato perfetto animale da palcoscenico, costantemente sopra le righe. Qui, invece, rimane spesso trincerato nel silenzio e, se può, lascia garbatamente la luce dei riflettori ai suoi due compagni di viaggio.

E loro, Ficarra e Picone, sono una vera rivelazione per i detrattori e una piacevole conferma per chi ha sempre saputo guardare oltre il loro essere guitti. I due comici, infatti, sono nel film giusto e in ruoli che calzano loro a pennello, perché spaziano con sfrontatezza e poco senso della misura tra i registri opposti dell’arte interpretativa, il comico e il tragico. “La stranezza”, in fondo, vive proprio di questo: è un viaggio volutamente confuso e, al tempo stesso, godibilissimo tra la cupezza dell’animo di Pirandello e le luci del teatro.

Tanto è riflessivo e silente l’autore (non solo Pirandello, pure Verga e Sciascia, a cui il film è dedicato), quanto vitale è l’attore. Se le tematiche da portare sul palco sono frutto di drammi interiori rigurgitati sui copioni, sul palco è indispensabile il sudore e l’impegno di chi li deve comunicare al pubblico. Per questo, il trio formato da Servillo, Ficarra e Picone, qui, risulta perfettamente bilanciato, ognuno indispensabile all’altro.

“La stranezza” regala il teatro di Pirandello alle nuove generazioni, quelli che fino a ieri consideravano “classiche” le sue opere. Mai bugia fu tramandata così a lungo. Il drammaturgo siciliano sarebbe un avanguardista persino ai giorni nostri, apprezzato sì, ora ed ai suoi tempi, però davvero difficile da comprendere sino in fondo. Roberto Andò, dietro la macchina da presa, indossa l’abito buono del direttore d’orchestra. Rende appetibile per tutti una storia complicata e lo fa andando dritto per dritto, senza deviare su strade impervie. Tiene alla larga il pericolo della farsa e non sbanda mai su toni melodrammatici.

“La stranezza” è un atto d’amore al teatro, un’assurdità se pensiamo che stiamo parlando di un film. Ma proprio qui sta il paradosso, nello spettacolo come nella vita. Tutti vogliono rispetto (giustamente) anche gli attori non di professione. Quelli veri, autentici, quelli che fanno arte per il motivo più alto: l’amore, la passione. Ed appunto, nell’assurdità, nella confusione e nei sentimenti questo film sguazza, nell’ascoltare chiunque parli e nel rifiutarsi di risolvere le complessità. Perché, citando Luciano Ligabue: “Non dovete badare al cantante, tutta gente che viene e che va”. Il sipario, invece, sarà sempre lì ad aprirsi e poi richiudersi, contando solo sulla curiosità di chi lo guarda. Da dietro o da davanti.

Francesco G. Balzano

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