22 Luglio 2026

Quel “credere, obbedire, combattere” di Lotito che non indigna quasi nessuno

Quel “credere, obbedire, combattere” di Lotito che non indigna quasi nessuno

Quel “credere, obbedire, combattere” di Lotito alla presentazione della Reggina rivela un silenzio politico difficile da comprendere

Claudio Lotito ha scelto tre parole molto precise per inaugurare la sua nuova avventura alla Reggina: «Credere, obbedire, combattere». Non una frase qualsiasi, né una semplice esortazione sportiva pronunciata con eccessiva enfasi. Quelle parole costituiscono uno dei motti più riconoscibili del fascismo italiano.

La scena si è consumata il 20 luglio 2026, durante la presentazione del nuovo corso amaranto allo stadio Oreste Granillo. Lotito, nuovo proprietario della Reggina, sedeva accanto al sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro. Davanti a loro c’erano giornalisti, rappresentanti istituzionali e migliaia di tifosi pronti ad accogliere il rilancio della società.

La frase ha provocato applausi, sorrisi e qualche risata. Non ha prodotto, invece, quella reazione politica che sarebbe stato ragionevole aspettarsi. Alcune testate hanno raccontato l’episodio e il filmato ha circolato sui social, ma la vicenda non ha ancora suscitato una protesta nazionale proporzionata alla sua gravità.

Questo silenzio rappresenta il vero cuore della questione.

La nuova Reggina e l’arrivo di Claudio Lotito

La Reggina ha annunciato il passaggio societario il 26 giugno 2026. Il comunicato ufficiale parlava della cessione a una società collegata al gruppo di Claudio Lotito, sottolineando anche il contributo decisivo del sindaco Cannizzaro.

Lotito assume quindi il ruolo di nuovo patron amaranto. Il club sarà controllato attraverso una società collegata al figlio Enrico, mentre non risulta prevista la nomina di un presidente formale.

La città ha accolto l’operazione con comprensibile entusiasmo. La Reggina milita in Serie D e porta sulle spalle anni difficili, segnati da problemi societari, ridimensionamenti e speranze continuamente deluse. L’arrivo di un imprenditore esperto come Lotito alimenta inevitabilmente il sogno di un ritorno nel calcio professionistico.

Durante la presentazione, il senatore ha promesso investimenti, organizzazione e una squadra competitiva. Ha ricordato le origini calabresi del padre, parlando di famiglia, dignità, determinazione e appartenenza. Ha poi assicurato che la Reggina tornerà nel calcio che conta.

Nessuno contesta il diritto dei tifosi amaranto a sperare. Nessuno può negare l’importanza di un progetto capace di restituire solidità alla società. L’entusiasmo sportivo, tuttavia, non può cancellare il significato delle parole pronunciate sul palco.

Si può sostenere la Reggina e criticare Lotito. Le due posizioni non risultano incompatibili.

Perché non si tratta di una semplice battuta

«Credere, obbedire, combattere» riassumeva la concezione fascista del cittadino e del suo rapporto con il potere. Il regime diffuse il motto attraverso manifesti, libri scolastici, edifici pubblici e organizzazioni giovanili.

Credere significava accettare la verità imposta dal capo. Obbedire significava rinunciare al dissenso. Combattere rappresentava la disponibilità a sacrificarsi per il regime e per le sue ambizioni.

Benito Mussolini definì quelle tre parole il dogma del fascismo. La formula non appartiene quindi a una generica tradizione militare o motivazionale. Possiede un’origine politica precisa e conserva ancora oggi un significato inequivocabile.

Lotito può averla utilizzata per produrre un effetto sulla platea, senza voler esprimere nostalgia per il Ventennio. L’assenza di un’intenzione dichiaratamente fascista, però, non rende la citazione meno grave. Un rappresentante delle istituzioni deve conoscere il peso delle parole che sceglie.

Il problema non riguarda il diritto penale. Non ogni citazione fascista costituisce automaticamente un reato. La questione riguarda la responsabilità politica, la sensibilità istituzionale e il rispetto della memoria democratica.

La libertà di espressione consente di pronunciare anche frasi discutibili. Quella stessa libertà permette però ai cittadini di giudicarle, contestarle e pretenderne una spiegazione.

Lotito non è soltanto un dirigente calcistico

Claudio Lotito non rappresenta soltanto la Lazio o la nuova proprietà della Reggina. Dal 2022 siede al Senato della Repubblica nelle file di Forza Italia.

La sua scheda parlamentare aggiunge un elemento particolarmente significativo. Lotito appartiene alla Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

Proprio questo incarico dovrebbe imporre una maggiore attenzione verso il linguaggio dei regimi totalitari. Non perché la frase pronunciata contenga direttamente un messaggio razzista, ma perché proviene dalla cultura politica che abolì la libertà, perseguitò gli oppositori e promulgò le leggi razziali.

Un senatore rappresenta la Repubblica anche fuori dal Parlamento. Il ruolo istituzionale non scompare quando entra in uno stadio e non resta sospeso durante una conferenza sportiva. Davanti a migliaia di persone, anzi, le sue parole acquistano una risonanza ancora maggiore.

Per questo non basta archiviare l’episodio come una delle tante uscite teatrali di Lotito. Il personaggio pubblico può essere colorito, imprevedibile e incline alle iperboli. Il senatore, però, conserva sempre una responsabilità diversa.

L’imbarazzo che dovrebbe riguardare Forza Italia

La frase crea un problema evidente anche a Forza Italia. Il partito ha sempre rivendicato una collocazione moderata, liberale, garantista ed europeista. Appartiene al Partito Popolare Europeo e richiama ufficialmente i valori delle democrazie occidentali.

Lo statuto di Forza Italia indica tra i propri riferimenti le tradizioni democratiche, liberali, cattolico-liberali, laiche e riformiste. Il partito parla di libertà, giustizia, solidarietà, pluralismo, tolleranza e Stato di diritto.

«Credere, obbedire, combattere» esprime l’esatto contrario.

Quel motto esalta l’obbedienza al capo, mentre una cultura liberale difende l’autonomia della persona. Impone una fede politica indiscutibile, mentre la democrazia vive attraverso il confronto. Trasforma il combattimento in una virtù permanente, mentre lo Stato di diritto limita l’uso della forza.

Forza Italia dovrebbe quindi prendere le distanze dalla citazione prima ancora delle opposizioni. Una destra moderata non deve lasciare alla sinistra il monopolio dell’antifascismo. Può difendere ordine, autorità e tradizione senza recuperare il linguaggio di una dittatura.

Una condanna non richiederebbe provvedimenti disciplinari o processi politici. Basterebbe riconoscere l’inopportunità della frase e riaffermare con chiarezza l’identità democratica del partito.

Il silenzio, invece, indebolisce proprio quella distinzione tra destra moderata e nostalgia autoritaria che Forza Italia ha sempre considerato fondamentale.

Il silenzio sorprendente della sinistra

Anche la sinistra dovrebbe interrogarsi sulla propria debole reazione. L’antifascismo rappresenta uno dei riferimenti centrali della cultura progressista italiana. Il Partito Democratico e le altre forze di opposizione intervengono spesso quando simboli e parole del Ventennio riemergono nel dibattito pubblico.

In questo caso, però, la risposta politica è apparsa quasi inesistente.

Alcuni giornali hanno denunciato chiaramente l’accaduto. Molti cittadini hanno criticato il filmato sui social. Non si è però sviluppata una mobilitazione politica riconoscibile, né la vicenda ha conquistato uno spazio significativo nel confronto nazionale.

Eppure non si tratta della frase pronunciata da uno sconosciuto durante una riunione privata. L’autore è un senatore, componente di una commissione parlamentare chiamata a contrastare intolleranza e istigazione all’odio. Il luogo era uno stadio cittadino e accanto a lui sedeva un sindaco.

Se l’antifascismo interviene soltanto quando una polemica garantisce visibilità, perde credibilità. Se ignora un episodio tanto chiaro perché avvenuto dentro il calcio, rischia di ridursi a una posizione intermittente.

La sinistra potrebbe contestare Lotito senza attribuirgli intenzioni mai dichiarate. Potrebbe limitarsi ai fatti, ricordare la storia del motto e chiedere un chiarimento. Il silenzio, invece, contribuisce alla normalizzazione.

Quel “credere, obbedire, combattere” di LotitoGli applausi e la banalizzazione della memoria

La reazione della platea merita altrettanta attenzione. Dopo la citazione sono arrivati applausi e risate, mentre sul palco il clima è rimasto disteso.

Non si può attribuire automaticamente una convinzione fascista a chiunque abbia applaudito. Alcuni presenti potrebbero non aver riconosciuto il motto. Altri potrebbero aver seguito il clima generale della manifestazione. Altri ancora avranno semplicemente salutato l’enfasi del nuovo proprietario.

Proprio questa ambiguità mostra però quanto la memoria storica si sia indebolita.

I simboli autoritari raramente tornano presentandosi in modo solenne. Più spesso riemergono attraverso battute, citazioni ironiche e ammiccamenti. Chi protesta rischia allora di apparire esagerato, mentre chi utilizza quelle formule può nascondersi dietro la leggerezza.

Il risultato consiste nella progressiva normalizzazione di un linguaggio che apparteneva a una dittatura. Il motto diventa una frase motivazionale, il riferimento storico perde importanza e l’applauso sostituisce qualsiasi riflessione.

Il calcio possiede parole molto più nobili. Sacrificio, lealtà, coraggio, disciplina e appartenenza raccontano da sempre la forza di una squadra. Non occorre recuperare il vocabolario del fascismo per chiedere impegno ai calciatori e sostegno ai tifosi.

Una spiegazione che Lotito dovrebbe offrire

Lotito dovrebbe spiegare perché abbia scelto proprio quelle parole. Potrebbe riconoscere una leggerezza, chiarire l’assenza di riferimenti nostalgici e prendere le distanze dal significato storico del motto.

Una spiegazione sincera risolverebbe almeno una parte del problema. Il silenzio, invece, lascia parlare soltanto le immagini: un senatore pronuncia uno slogan fascista, la platea applaude, il sindaco sorride e la politica nazionale prosegue come se nulla fosse accaduto.

La Reggina ha diritto al proprio rilancio. Reggio Calabria ha diritto a festeggiare e i tifosi amaranto hanno diritto a ritrovare fiducia. Nessuno di questi obiettivi richiede però di banalizzare la storia italiana.

«Credere, obbedire, combattere» non rappresenta una frase innocente. Pronunciata da un senatore della Repubblica, appartenente a un partito che si definisce liberale e moderato, assume un peso ancora maggiore.

Forza Italia dovrebbe riconoscerlo. La sinistra dovrebbe denunciarlo. Lotito dovrebbe chiarirlo.

Il fatto che tutto questo non sia ancora avvenuto racconta forse qualcosa di più preoccupante della citazione stessa: l’Italia sembra essersi abituata persino alle parole che un tempo accompagnarono la cancellazione della sua libertà.

 

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