Imbucato Teatrale la recensione di “Sette Anni”

Imbucato Teatrale la recensione di “Sette Anni”

Quattro giovani imprenditori, amici prima che soci, debbono decidere chi fra loro si addosserà la colpa dei reati fiscali che hanno commesso insieme e che comportano, appunto, una pena detentiva di sette anni. Con l’aiuto di un professionista della mediazione trascorrono lunghe ore chiusi nel loro ufficio. Cercando di individuare chi si dovrà sacrificare per gli altri. Le diverse personalità ed i diversi caratteri si incontrano e si scontrano nella ricerca della soluzione. Fra esplosioni di violenza e scoppi di risate nervose.

Riemergono rancori lontani, si rinfacciano torti e silenzi vigliacchi. Fino al colpo di scena finale che, risolvendo apparentemente la situazione, si lascia alle spalle un cumulo di macerie. Carlo, Luigi, Marcello e Veronica, coadiuvati dal sornione mediatore Giuseppe, narrano la vicenda con ritmo elevato ed intensa passione. Coinvolgendo il pubblico nella sottile ragnatela dei loro rapporti personali sempre pervasi da una tensione sottesa, che cresce fino al parossismo finale. Da sottolineare l’affiatamento del gruppo, evidente nei numerosi cambi di registro interpretativo. Che, sottolineati dall’adeguato commento musicale, fanno trascorrere d’un fiato i 75 minuti dello spettacolo.

Maurizio Zucchetti

La recensione de “Il mercante di Venezia”

Imbucato Teatrale la recensione de “Il mercante di Venezia”

Giancarlo Marinelli riporta in scena il “classico dei classici” shakespeariano dopo l’edizione con Giorgio Albertazzi. Lo Shylock di Mariano Rigillo è meno etereo del precedente ma ugualmente distaccato, sornione e ammantato di una sua tragica dignità. Un ottimo gruppo di coprotagonisti, dalla sorprendente Porzia di Romina Mondello al tormentato Antonio di Ruben Rigillo, ai giovani Bassanio, Lorenzo e Graziano, lo coadiuva nel raccontarci la storia. Quella del furbo ebreo che vuole vendicarsi della discriminazione subita dal ricco mercante veneziano, quanto mai attuale in questi nostri tempi.

Ne resta alla fine sconfitto attraverso un cavillo legale che piega la giustizia al volere della classe dominante. Suggestiva la scenografia, appropriato il commento musicale la figura del Doge, caricaturale al limite della farsa, ben rappresenta lo sberleffo al potere. Da sottolineare l’ottima caratterizzazione che Cristina Chinaglia fa del servo Job. Trait d’union fra due mondi estremamente diversi appare come un burattino disarticolato. Ma in realtà, con la sua acuta intelligenza, tutto ha visto ed ha previsto.

Maurizio Zucchetti