“Il Signor Diavolo” la recensione del film

“Il Signor Diavolo” la recensione del film

Regia: Pupi Avati

Cast: Gabriele Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare S. Cremonini, Massimo Bonetti, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Andrea Roncato

Genere: Drammatico, Horror

Durata: 86 minuti

Voto: ♥♥

La trama

Siamo nell’autunno del 1952. Nel nord est è in corso l’istruttoria di un processo sull’omicidio di un adolescente. Adolescente considerato dalla fantasia popolare indemoniato. Furio Momentè, ispettore del Ministero, parte per Venezia leggendo i verbali degli interrogatori. Carlo, l’omicida, è un quattordicenne che ha per amico Paolino. La loro vita è serena fino all’arrivo di Emilio, un essere deforme. E’ il figlio unico di una possidente terriera che avrebbe sbranato a morsi la sorellina.

“‘Il signor Diavolo’ è parente strettissimo de ‘La casa dalle finestre che ridono'”

Pupi Avati torna a casa, alle sue origini, ovvero quello dell’horror gotico. “Il signor Diavolo” è parente strettissimo di quel “La casa delle finestre che ridono”, che, nel 1976, lo impose all’attenzione di pubblico e critica. Il canovaccio, infatti, è praticamente lo stesso. Il protagonista viene catapultato, suo malgrado, in una realtà che non conosce, e lì si deve confrontare con un mondo in cui la presenza demoniaca aleggia in maniera più o meno evidente. Il pregio è che mantiene bene la suspense per l’intera durata del film, caratteristica tipica del genere, il difetto, però, è che spreca tutto con un finale non all’altezza.

“Ci sono parecchi ‘vuoti’ nella sceneggiatura, o sarebbe meglio definirli salti, che rendono la pellicola un po’ troppo ‘artigianale'”

A “Il signor Diavolo” siamo disposti a perdonare tutto, o quasi. Comprese alcune scene che non sogno degne dell’esperienza di un regista di lunghissimo corso come Pupi Avati. Un esempio potrebbe essere quello dell’ostia accidentalmente capitata in chiesa, resa malissimo. Ma anche quella del flashback sull’infelice infanzia del protagonista non è da meno. Ci sono, poi, parecchi ‘vuoti’ nella sceneggiatura, o sarebbe meglio definirli salti, che rendono la pellicola un po’ troppo ‘artigianale’, per così dire. Ma, dicevamo, tutto può essere superabile, perché, poi, col passare dei minuti, questi difetti danno fascino a tutta l’operazione.

“Il Signor Diavolo” la recensione del film

“Il signor Diavolo”, ripetiamo, ha il grosso merito di tenere ben incollati gli occhi dello spettatore sullo schermo. Ambientazione e storia sono validissimi, forse proprio perché offrono un amarcord de “La casa delle finestre che ridono”. Impossibile non appassionarsi all’intricato caso che il giovane funzionario ministeriale, tra mille difficoltà, cerca di dipanare. Merito, anche, dell’ottima interpretazione di Gabriel Lo Giudice, qui al suo primo ruolo importante. Ma, in generale, è tutto il cast di comprimari e non a reggere il film, pieno zeppo di attori molto cari ad Avati. Si va dai fedelissimi Gianni Cavina, Lino Capolicchio ed Alessandro Haber fino a Massimo Bonetti, Andrea Roncato, Chiara Caselli e Alberto Rossi.

“Avati deve capire che anche gli horror hanno il diritto di essere conclusi”

Sono loro la colonna portante de “Il signor Diavolo”. Sono loro a sopperire ad una sceneggiatura che gli lascia, molto probabilmente volutamente ma erroneamente, eccessiva libertà. Però, ecco, per quanto si può essere assolutori su tutte queste mancanze, non possiamo fare altrettanto sul finale. E non perché sia ‘aperto’, come già accadde ne “La casa dalle finestre che ridono, ma perché lascia davvero tante, troppe domande senza risposta. E non è un bene, non dopo aver sapientemente creato tanta attesa (e speranza) nell’epilogo. Bene, dunque, l’ambientazione, bene anche l’autocitazionismo, ma Avati deve capire che anche gli horror hanno il diritto di essere conclusi.

Francesco G. Balzano

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