La morte del “mai con”

Il Governo Draghi certifica che l’antieuropeismo non conviene (nemmeno a Salvini)

Più di qualcuno, in queste ultime ore, va dicendo e scrivendo che l’arrivo di Draghi al governo rappresenta la “morte della politica”. Non è vero, anzi, è vero esattamente l’opposto: ovvero che ci troviamo davanti al totale sbugiardamento di chi la politica non la sa fare e, anche, di chi sta imparando l’arte sul campo. Questo perché, per capire bene le dinamiche dei palazzi del potere, bisogna partire da lontano. Ricordate i portabandiera dell’antipolitica, quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Bene, perché ora sono diventati loro il tonno e, pur di non farsi mangiare, hanno chiuso ermeticamente il tappo.

L’avvento più che probabile del Governo Draghi, poi, certifica la morte del “mai con”. E’ ancora vivido il ricordo (e se così non fosse, basta fare una ricerca su Youtube) di quando Zingaretti, in un’assemblea del PD, ripeteva, stremato, che lui, mai e poi mai, avrebbe fatto un’alleanza coi Cinque Stelle. Salvo, poi, finire col dire, non meno di una settimana fa, che non c’era altra strada diversa da Conte, se non quella del voto. Salvo, poi, dire ieri che sì, Draghi è l’uomo giusto per far ripartire l’Italia. Contraddizioni? Certo che sì, ma fa parte del ‘gioco’ della politica. E’ ingenuo, piuttosto, chi pensa che la politica sia fatta di coerenza, definizione, invece, che non esiste nel vocabolario di chiunque voglia stare nell’agognata “stanza dei bottoni”.

Il Governo Draghi certifica che l’antieuropeismo non conviene (nemmeno a Salvini)

Lo ha capito, strada facendo, anche il (per ora) compianto ex premier Conte, capace, con disinvoltura, di passare da leader dei populisti a leader di quelli che non volevano che i populisti arrivassero al governo. Il buon Giuseppe, però, ha compiuto un altro errore madornale molto in voga in questi anni: quello, cioè, di credere ai sondaggi. Il Parlamento non è la casa del Grande Fratello e le sorti del Paese non si decidono al televoto. Perciò, puoi anche essere l’uomo più simpatico e amato dell’intero pianeta, ma se non sai fare politica e ti metti contro uno antipaticissimo, ma che sa muoversi nei palazzi che contano, beh, sei fregato. Ed è esattamente quello che è successo. Perciò ci ritroviamo nella situazione in cui siamo.

Ora, però, il nascituro governo Draghi scoperchia un altro tabù che, dopo la pandemia, non può più rimanere nascosto: “Destra e Sinistra non esistono”. Non è uno slogan qualunquista. Purtroppo, invece è la dura realtà. Quella stessa realtà che ci porta a farci un’altra domanda: “europeisti o antieuropeisti”? Una domanda retorica, perché, nei fatti, l’attuale situazione politica ci porta a prendere atto di un altro assioma: l’antieuropeismo non conviene a nessuno, nemmeno alla Lega. L’ha dovuto ammettere, ieri, anche Salvini che, sotto attenta osservazione di Giorgetti, diceva ai giornalisti che “Non si può dire di no a Draghi, perché gli imprenditori sono in sofferenza”. Persino la Meloni deve riflettere attentamente sul da farsi, sotto i prudenti richiami dell’amico Crosetto.

La verità è che la mossa di Mattarella è stata lungimirante: la carta Draghi ha messo in crisi tutti quei partiti che strizzavano l’occhio alla possibilità di uscire dall’Europa. E ha messo pure in difficoltà il PD nella sua linea politica di non proporre nulla e di fare sempre il contrario di ciò che dice Renzi. Questo, attenzione, non per ideologia, ma per pura e semplice antipatia personale degli attuali ‘notabili’ del partito. Il Capo dello Stato, invece, ha richiamato tutti alla responsabilità forzando la mano. Così, noi elettori abbiamo scoperto due cose. La prima è che, chiunque, una volta assaporata la dolcezza del ‘potere’, difficilmente molla il boccone. La seconda è che nessun partito che, anche in futuro, vorrà entrare nella stanza dei bottoni può ora mettersi da parte.

Le contraddizioni dei partiti e la vendetta di Renzi

Così, Conte ieri ha fatto l’ennesima capriola, dicendo che il momento storico prevede di affidarsi a decisioni politiche e non a squadre di tecnici. Forse parlava a quel suo omonimo che, da premier, faceva nascere task-force un giorno si e l’altro pure. Il M5S, come diceva ieri Marco Damilano, è passato dall’essere il partito dell’antipolitica, al partito che si fa garante del fatto che il governo Draghi sarà un governo “politico”. La Lega ha scoperto che, se davvero vuole essere il partito degli imprenditori italiani non può più stare in panchina a guardare. Il PD è stato sconfessato in tutto e per tutto: non voleva alleanze col M5S, e poi ha dato vita al ‘governo giallorosso’. Aveva cacciato via Renzi, accusandolo di voler portare il partito via dalla sinistra per spostarlo al centro, e ora si appresta a fare un patto di legislatura addirittura con la Lega.

Intanto lui, il politico italiano più odiato, se la ride in un cantuccio. Aveva detto che non gli interessavano le poltrone, ed infatti ‘Italia Viva’, con Draghi, diventerà praticamente irrilevante. Ma il suo vero obiettivo, intanto, l’ha ottenuto: vendicarsi di chi l’aveva messo alla gogna per aver disatteso la promessa di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum. Perché tutto quello che noi stiamo scoprendo giorno per giorno lui già lo sapeva. Antipatico, si, ma anche (maledettamente) bravo a giocare nei palazzi che contano.

Francesco G. Balzano

CRISI DI GOVERNO CONTE SPERA MA TEME I VETI DI RENZI E DI MAIO PREPARA LO ‘SCHERZETTO’ DRAGHI CON SALVINI