“Gli anni più belli” recensione film

“Gli anni più belli” recensione film

Disponibile su: Sky e Now Tv

Regia: Gabriele Muccino
Cast: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Nicoletta Romanoff, Emma Marrone, Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Paola Sotgiu, Francesco Acquaroli, Elisa Visari
Genere: Drammatico
Durata: 129 minuti
Voto: ♥ 1/2

La trama

La loro amicizia dura da ben 40 anni, esattamente dal 1980 ad oggi, attraversando l’adolescenza fino all’età adulta. I tre uomini sono cresciuti insieme sin da giovanissimi per poi incontrare, durante gli anni del liceo, Gemma di cui Paolo s’innamora immediatamente. La piccola comitiva ha affrontato cose belle, come speranze e successi, e momenti brutti, dovuti a delusioni e fallimenti. Ma al racconto di amicizia e di amore si intreccia inevitabilmente quella che è stata la storia d’Italia e di conseguenza degli Italiani in questi ultimi decenni.

Il nostro giudizio

Sembra un concept album di Baglioni, non a caso citato tre volte, ma, in realtà “Gli anni più belli” è solo il solito, ripetitivo film di Gabriele Muccino. Nelle intenzioni del regista, probabilmente, la pellicola doveva essere un racconto fiume degli ultimi 40 anni di storia italiana, vista attraverso gli occhi dei quattro protagonisti. Il problema, però, è che la Storia scorre parallela ai personaggi, non li sfiora minimamente e offre, al più, i riferimenti temporali alla vicenda. Giulio, Paolo, Riccardo e Gemma, poi, sono figure senza spessore, non hanno caratteristiche interessanti e nemmeno storie così accattivanti alle spalle. Di conseguenza, il film scorre senza sussulti, con svolte sempre prevedibili e spesso insignificanti. Non manca, comunque, il marchio di fabbrica di Muccino, diventato ormai quasi un elemento parodistico.

Il riferimento è, ovviamente, alla costante recitazione sopra le righe dei personaggi. Nelle idee del cineasta romano non c’è spazio mai (proprio mai!) per uno scambio di battute pacato. Ogni dialogo deve avvenire, rigorosamente, urlando e con ampio ricorso alla fisicità dell’alterco. La telecamera non sta mai ferma e si muove con la stessa isteria di chi viene immortalato. Insomma, Muccino propone sempre la medesima solfa e trova, immancabilmente, qualche amatore pronto a incensarne le opere. La verità, però, è che il regista non propone qualcosa di nuovo dal 2003, quando con “Ricordati di me” (film buono, ma di certo non memorabile) sublimò le tematiche già proposte nei precedenti “L’ultimo bacio” e “Come te nessuno mai”. Da allora c’è un grande vuoto creativo, celato in maniera maldestra da un timbro, sempre lo stesso, che ormai fatica a lasciare persino un minimo di segno.

“Gli anni più belli” recensione film

Alla sua filmografia manca terribilmente un qualcosa che innalzi l’aurea mediocritas sulla quale si appoggia da sempre, senza mai osare o tentare un guizzo. La sensazione, anzi ormai si può parlare tranquillamente di certezza, è che anche ne “Gli anni più belli” si raccontino sempre le stesse storie e le stesse dinamiche. L’infelicità gioca a nascondino con la depressione, il matrimonio è sempre infelice e i rapporti sociali sono sporchi di rancore vomitato e poi ripulito alla bene e meglio. Rispetto agli altri suoi film, poi, Muccino qui non può contare nemmeno su protagonisti in stato di grazia. Nonostante Favino, Rossi Stuart e Santamaria siano tra i migliori interpreti del nostro cinema, ne “Gli anni più belli” appaiono tutti poco convinti e coinvolti, quasi come se avessero azionato il pilota automatico. Quasi, insomma, come se fossero stanchi, assuefatti alla prevedibilità che sono chiamati a mettere in scena. Come dargli torto, del resto…

Francesco G. Balzano

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