Fase 2 Coronavirus Record di nuovi poveri e tanta rabbia nell’Italia che non riesce a ripartire

Fase 2 Coronavirus Record di nuovi poveri e tanta rabbia nell’Italia che non riesce a ripartire

Paolo Griseri, Caterina Pasolini, Mariella Tanzarella per repubblica.it

Ha preso una mazza e ha colpito il bancone della sua pizzeria. Il video lo riprende mentre fa a pezzi il locale gridando “Grazie coronavirus”. Quello di Gian Mario Fenu, ristoratore di Ploaghe, in provincia di Sassari, non è un caso isolato. Ieri un uomo di 37 anni, gestore di un negozio di frutta, si è presentato in piazza Dante, a Catania, alla stazione dei carabinieri. “Ho appena dato fuoco al locale. Non riuscivo a pagare l’affitto”.

Il sociologo Marco Revelli la chiama “disperazione sociale” e spiega che si tratta della scia del coronavirus. Anche con questo effetto dovremo fare i conti per molti mesi. I sindacati temono che il momento peggiore sarà in autunno quando cesseranno gli effetti della cassa integrazione. Quello sarà il momento in cui sarà chiaro chi sono i sommersi e quali saranno i salvati dalla crisi della pandemia. C’è chi ha già provato a quantificare. La Caritas e la Coldiretti calcolano che “siano circa un milione i nuovi poveri legati alla crisi”. La Caritas segnala nelle città “un aumento del 115 per cento di coloro che si rivolgono alle parrocchie per ottenere cibo o aiuti economici”. Chi fa parte di questo nuovo popolo di impoveriti? E come si comporteranno nei prossimi mesi se non troveranno un modo di vivere?

Le parole del professor Giuseppe De Rita

Il professor Giuseppe De Rita, profondo conoscitore della società italiana, non si sbilancia sul numero dei nuovi poveri: “Non saprei dirlo oggi. L’Italia è sempre più sfaccettata. Ma certo c’è il rischio di una reazione molto dura. Oggi nelle nostre città prevale ancora la rabbia da paura”. Ci può fare un esempio? “È accaduto a me nei giorni scorsi. In auto, fermo al semaforo, sono stato aggredito da un aziano che ha cominciato a battere il suo bastone sul tetto della macchina gridando: “Si vergogni. Lei sta girando con la mascherina abbassata”‘. Tra qualche tempo questa rabbia passerà”. E che cosa subentrerà? “Temo che possa arrivare la rabbia della disperazione economica”.

Nel 2019 in Italia la povertà assoluta era scesa dall’8,4 al 7,8 per cento degli individui. Molto distante, comunque, dal 4,3 per cento del 2010. È su questa Italia che non era ancora riuscita a recuperare gli effetti della crisi della fine del decennio precedente che si è abbattuta la crisi sanitaria. Revelli racconta questa situazione con una metafora. “Negli anni scorsi, una parte crescente della società italiana aveva trovato il modo di sopravvivre sul pelo dell’acqua. Con piccoli lavori, interstiziali, nelle pieghe della società. Non solo i rider ma anche centinaia di migliaia di piccoli negozietti in equilibrio precario, personal trainer, addetti alla gig economy”.

“Lavoratori manuali dunque ma anche una parte consistente delle professioni intellettuali veniva pagato occasionalmente. Lo tsunami dell’epidemia sta travolgendo questo popolo che viveva a pelo d’acqua. La crisi sanitaria ha fatto emergere problemi che c’erano già. Ha funzionato come il luminol, la sostanza chimica che mette in evidenza le macchie di sangue sulla scena del delitto”. Che fare? “Dobbiamo prevedere che una parte delle spese di questi mesi vadano all’assistenza. Sì, l’assistenza, bisogna avere il coraggio di dirlo”. Bisogna fare presto. In queste ore migliaia di commercianti manifestano nelle città. “Non possiamo aspettare a lungo senza che arrivino gli aiuti promessi”, dicevano ieri mattina nel centro di Torino. Ci sono poche settimane di tempo per intervenire prima che la rabbia prenda il sopravvento.

Fase 2 Coronavirus Record di nuovi poveri e tanta rabbia nell’Italia che non riesce a ripartire – Giancarlo, ristoratore a Milano: “Se riapro la trattoria non copro neppure le spese. Così rischiano 4 famiglie”

Una vietta tra i campi, nella periferia milanese. In fondo, un autodemolitore e di fronte un’insegna: Antica Trattoria Redecesio. Non un luogo romantico, eppure, prima del 9 marzo, qui era sempre pieno. Motivo? Semplicità, tavoli di legno, cucina genuina. “E poi l’atmosfera, è un posto dove si socializza alla grande”, spiega Giancarlo Montalbetti, titolare con i figli Francesco e Chiara.

Riaprirete?
“Per ora sicuramente no. Abbiamo chiuso prima ancora che arrivasse l’ordinanza perché avevamo paura. Viene tanta gente, è un vero luogo di aggregazione. Abbiamo deciso così, per stare tranquilli. Ma non sapevamo quanto sarebbe durato”.

Le conseguenze?
“Disastrose. È una realtà famigliare, siamo io, i miei due figli, una dipendente e due collaboratori a contratto. I contratti li ho sospesi. La dipendente è in cassa integrazione, ma non ha ancora ricevuto soldi”.

Quanto state perdendo?
“Decine di migliaia di euro, fonte di sostentamento di 4 famiglie. Pago un affitto e le utenze. Se almeno ci fossero dei finanziamenti a fondo perso e lo stop ai costi di gestione ordinaria, magari ce la faremmo”.

Ma avete attivato le consegne a domicilio, l’asporto.
“Sì. Con le consegne facciamo il 10-15 per cento dei ricavi. L’asporto… Ma ha visto dove siamo? Non è un punto di passaggio, nessuno arriva fin qui per prendere il cibo e tornarsene a casa o in ufficio. Qui intorno non c’è niente. Venivano perché il posto è simpatico e si sta bene”.

Non converrebbe riaprire?
“Assolutamente no. Invece di 50 coperti potrei farne dieci. Siamo una trattoria, abbiamo i prezzi bassi. Non basterebbe a coprire le spese. E non sappiamo ancora come regolarci”.

Quindi?
“Niente. Per ora aspettiamo e speriamo che le cose cambino. Che non ci costringano ad estinguerci. Però, sa, io sono ottimista: alla fine torneranno, i nostri clienti. Perché l’aggregazione è necessaria come l’aria che respiriamo”.

Francesca, insegnante di nuoto a Roma: “Senza un euro da mesi. A tavola metto solo la pasta e ignoro le bollette”

Francesca Coluzzi insegna a nuotare a bambini e adulti, è anche maestra di aquagym. Ma in questi giorni, a 49 anni, si sente affogare in un mare di bollette che ormai non apre neppure più. Perché i soldi messi da parte a malapena bastano a pagare la spesa per far mangiare lei, il compagno e i due figli.

Disoccupata da marzo?
“Hanno chiuso le piscine per il Covid ed è sparito il mio luogo di lavoro. Mi garantiva sui 1.600 euro per 8 ore al giorno di impegno tosto, ma che mi piace più di un ufficio”.

Da allora zero soldi?
“Non ho uno stipendio fisso, non sono assunta, sono pagata a ora, 9 euro per le lezioni di nuoto, non ho cassa integrazione né paracaduti vari. E così pure il mio compagno Alessandro che organizza eventi per le gelaterie, rimaste tutte chiuse praticamente fino a poco fa”.

Ha chiesto aiuti?
“Ho fatto domanda per i 600 euro di marzo, ma non sono mai arrivati. Chi ci dà una mano veramente sono i nonni che hanno la pensione, ma è difficile andare avanti. Così ho tagliato, rimandato pagamenti”.

Cosa non paga?
“Ho dovuto scegliere: o le bollette o dar da mangiare alla famiglia e così, sperando non mi taglino luce e gas, le buste delle utenze le lascio sul tavolo. Ho chiesto di rinviare le rate del mutuo, di 700 euro ora pago solo gli interessi, 350 euro al mese”.

Risparmia anche sul cibo?
“Sì, i ragazzi erano abituati alle grigliate del sabato ma abbiamo detto addio anche a quelle. In tavola da due mesi meno carne e pesce, costano troppo, e invece tanta pasta con la scusa che è veloce da fare. Tanto loro sanno la verità, sono grandi. Capiscono e non si lamentano. Al massimo ora ci chiedono un gelato anche perché dolci e pane li facciamo in casa che costa meno”.

Cosa vorrebbe?
“Non chiedo soldi , non voglio elemosina, ma solo che riaprano le piscine per poter tornare a guadagnarmi dignitosamente da vivere col mio mestiere. Altrimenti non so proprio cosa potrò inventarmi o provare a fare, pur di non perdere la casa e riuscire a crescere i ragazzi”.

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