Coronavirus meno ricoveri più guarigioni E ora si punta a terapie mirate

Coronavirus meno ricoveri più guarigioni E ora si punta a terapie mirate

Elena Dusi per repubblica.it

Anche i farmaci contro il coronavirus entrano nella fase due. Ora che diminuiscono i malati in rianimazione (3.977, 17 in meno) e i ricoverati (28.949, 61 in meno), mentre i guariti raggiungono quota 21.815. Travolti dall’ondata, gli ospedali all’inizio somministravano cocktail di medicine varie per endovena a tutti i casi gravi. Era la strategia più istintiva per salvare vite, non la migliore per capire cosa funziona. “Siamo partiti all’arrembaggio. Oggi diversifichiamo le terapie. Diamo alcuni farmaci nella fase iniziale, altri in quella successiva. Seguiamo protocolli uguali per tutti e mettiamo a confronto diretto le diverse terapie. Cerchiamo di andare al di là delle nostre impressioni individuali” spiega Massimo Andreoni, professore di malattie infettive a Roma Tor Vergata.

Uno-due al coronavirus

Si ipotizza che i farmaci antivirali, agendo sulla replicazione del coronavirus nel corpo, siano più utili nella fase iniziale, quella in cui l’infezione “monta”. Allo studio ci sono Remdesivir (messo a punto per Ebola), la coppia Lopinavir/Ritonavir (usata da anni contro l’Aids) e l’antinfluenzale giapponese Avigan. In una seconda fase, quando i polmoni sono compromessi, si prova ad agire sul sistema immunitario. E’ infatti la sua reazione esagerata all’infezione a riempire gli alveoli di un essudato che ostacola il passaggio dell’ossigeno nel sangue. Qui si usano farmaci che “calmano” il sistema immunitario come Tocilizumab e Sarilumab.

Il rimedio miracoloso di Trump

L’antimalarico clorochina si è rivelato abbastanza affidabile da poter essere somministrato anche ai pazienti a casa. Il presidente Usa Trump lo ha salutato come “farmaco miracoloso” (frenato dai suoi esperti), inserendone 30 milioni di dosi nella scorta strategica nazionale. In Italia alcuni medici e infermieri esposti al virus lo prendono in via preventiva. E le scorte si sono ridotte al lumicino prima ancora che ne sia stata dimostrata l’efficacia. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha messo in guardia contro i rischi di aritmia.

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La clorochina (con il suo derivato idrossiclorochina) è un antimalarico degli anni ’30. Nel 2003, durante l’epidemia di Sars, i tre medici italiani Andrea Savarino, Antonio Cassone e Roberto Cauda ne suggerirono l’efficacia contro quel coronavirus. Oggi l’idea è stata ritirata fuori dal cassetto, con uno studio cinese che ha dato risultati incoraggianti. “È l’unico farmaco che funziona nelle due fasi della malattia – spiega Pierluigi Viale, direttore del reparto di malattie infettive del Sant’Orsola di Bologna. Quella virale iniziale e quella successiva infiammatoria”.

E le scorte si assottigliano

Tra i pregi di questo farmaco, c’è l’economicità, visto che è fuori brevetto. “Ma con il coronavirus si è creato un assottigliamento delle scorte” dice Ennio Favalli, reumatologo dell’Istituto Pini di Milano. “Era usato per l’artrite, dove i pazienti sono pochi e i ricavi esigui: un mese di terapia costa al massimo 12 euro. La Bayer, che produceva la clorochina, aveva cessato la produzione qualche mese prima del coronavirus. La Sanofi si è ritrovata sola a fabbricare l’idrossiclorochina, un farmaco molto simile. Non esistono nemmeno versioni generiche” prosegue Favalli. “Gli ospedali oggi ne ordinano grandi quantità. Farmacie e pazienti reumatici si sono ritrovati in alcuni casi a corto”.

In attesa dei risultati

La fase due della sperimentazione dei farmaci, con gli 8 trial autorizzati dall’Aifa, richiederà la sua buona dose di pazienza. Il 90% dei pazienti con il coronavirus (ma probabilmente anche di più) può guarire anche senza medicine. E questo rende difficile capire quando il miglioramento è spontaneo e quando è agevolato dal farmaco. “Per valutare l’effetto – ha detto Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – serve un numero di casi sufficienti. Oggi è ancora presto”.

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Aumentano le Regioni che sperimentano il plasma dei convalescenti. Dopo Pavia, anche Toscana, Lazio, Campania, Marche e Molise sono in attesa delle autorizzazioni finali. “Nella fase di convalescenza – spiega Andreoni – il sangue contiene gli anticorpi contro la malattia”. La terapia con il plasma del sangue è stata usata in emergenze come Ebola. “La difficoltà sta nel trovare pazienti con una quantità alta di anticorpi neutralizzanti, quelli efficaci contro il virus” spiega Andreoni. Il donatore giusto potrà aiutare 3-4 pazienti.

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