Coronavirus Fase 2 Recovery Plan tutti gli ostacoli fondi europei al rallentatore e prima tranche da 4 miliardi

Coronavirus Fase 2 Recovery Plan tutti gli ostacoli fondi europei al rallentatore e prima tranche da 4 miliardi

Federico Fubini per corriere.it

In Italia siamo già passati a parlare d’altro, come se fosse ormai tutto scontato.L’abbiamo fatto prima di capire cosa esattamente c’era scritto nelle centinaia di pagine di norme del Recovery Plan della Commissione Ue. Ma è solo leggendo i piè di pagina che saltano fuori le vere sorprese. Andate dunque in fondo a quel testo, alla parte sull’impatto finanziario «stimato», perché vi troverete quel che appare l’opposto di ciò che servirebbe. Servirebbe una reazione con forza rapida e schiacciante, dopo un crollo improvviso del reddito in Europa che quest’anno sarà di quasi il dieci per cento. Dunque, in teoria, l’intervento finanziario dovrebbe essere concentrato: il più possibile, il prima possibile.

Nel caso della «Recovery and Resilience Facility», un fondo da seicento miliardi, è vero l’opposto. Da lì non arriverà niente quest’anno, nel pieno della recessione, perché mancano i tempi tecnici e politici. Nel 2021 gli esborsi previsti dalla proposta di regolamento valgono solo il 5,9% dell’intero pacchetto. Quindi i pagamenti salgono al 15,8% nel 2022, mentre quasi metà dei seicento miliardi verrebbe erogata solo nel 2023 e nel 2024 (con una coda fino al 2026).

Il rischio che gli aiuti arrivino troppo tardi è reale

Nel caso dell’Italia è possibile stimare che l’anno prossimo i trasferimenti diretti di bilancio (quelli impropriamente definiti a fondo perduto) non varranno più di quattro miliardi di euro. Mentre sotto forma di prestiti ne dovrebbero arrivare altri otto. In tutto, secondo le stime «indicative» della proposta di regolamento, la Recovery and Resilience Facility dovrebbe versare all’Italia somme pari allo 0,7% del reddito nazionale nel 2021 dopo un crollo economico fra il 10% e il 13% quest’anno.

Il rischio che gli aiuti arrivino troppo tardi per tenere in vita alcune delle imprese in difficoltà è reale. In seguito inizierebbe poi una progressione. Versamenti all’Italia per l’1,5% del reddito nel 2022 (metà prestiti, metà trasferimenti di bilancio), per l’1,7% in ciascuno dei due anni seguenti e per l’uno per cento nel 2025. È vero che questo è il grosso degli interventi, non tutto. Se vuole, l’Italia avrebbe a disposizione nei prossimi mesi una cinquantina di miliardi di sostegno di bilancio dall’Europa. Per contribuire a compensare una distruzione di reddito di quasi quattro volte più grande.

Ecco perché serve che i progetti siano credibili

Resta da capire perché il vero bazooka di Bruxelles, la «Recovery and Resiliency Facility», prometta di sparare i suoi colpi così tardi. La risposta è agli articoli 17.4(a) e 19.3 del suo regolamento. Vi si legge che la Commissione concede gli esborsi solo quando i Paesi avranno presentato dei piani dettagliati su come investire quei fondi e preso misure per mettersi in grado di spendere con efficacia. Significa che prima l’Italia riuscirà a presentare piani dettagliati, credibili e operativi sulla transizione ecologica o sul digitale, prima otterrà i fondi del Recovery Plan. Presentare a Bruxelles un piano solido a luglio, può accelerare gli esborsi da gennaio. Attendere l’autunno e mandare progetti vaghi può far slittare i versamenti fra un anno.

La credibilità dei progetti servirà anche per un motivo più politico. L’intero l’intero pacchetto deve superare la ratifica dei Parlamenti nazionali, perché modifica le fonti di ricavi fiscali della Commissione stessa. Significa che in estate o in autunno dovranno votare a favore i Parlamenti nazionali di Olanda e Danimarca. E Parlamenti regionali come quello di impronta fortemente sciovinista delle Fiandre, in Belgio. Per l’Italia il modo migliore per farli votare contro, è mostrare al resto d’Europa che il governo pensa di aver vinto un «jackpot». Non di dover preparare un piano efficace.

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