26 Agosto 2026

“La solitudine di Sonia e Sunny” di Kiran Desai: recensione

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Titolo: La solitudine di Sonia e Sunny
Autore: Kiran Desai
Editore: Adelphi
Genere: narrativa
Pagine: 762
prezzo: 25 euro
ebook: 13,99 euro

La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai: amare senza appartenere più a nessun luogo

Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che, mentre la raccontano, finiscono per costruire un mondo intero. “La solitudine di Sonia e Sunny” di Kiran Desai appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È un libro enorme non soltanto per le sue oltre settecento pagine, ma soprattutto per la quantità di vite, relazioni, luoghi, contraddizioni e domande che riesce a contenere.

Eppure, nonostante questa vastità, io sono rimasta soprattutto legata a loro: Sonia e Sunny. Alla loro storia d’amore imperfetta, esitante, continuamente interrotta e ricominciata. Due persone che sembrano destinate a incontrarsi e che, nello stesso tempo, trascorrono buona parte della propria vita cercando di capire quale posto occupare nel mondo prima ancora di riuscire a capire quale posto possano occupare l’uno nella vita dell’altra.

È proprio questo che ho amato tanto del romanzo di Kiran Desai: dietro una grande storia d’amore c’è una riflessione molto più profonda sull’identità, sulla famiglia, sull’emigrazione e soprattutto su quella sensazione dolorosa di non appartenere più completamente a nessun luogo.

La solitudine di Sonia e Sunny: una storia d’amore, ma non solo

All’inizio Sonia e Sunny non si conoscono nemmeno.

Le loro famiglie, come vuole una tradizione che entrambi guardano ormai con una certa distanza, hanno provato a combinare un matrimonio. Ma l’incontro progettato dagli adulti non avviene. Le loro vite sembrano destinate a procedere separatamente.

Sonia studia nel Vermont e sogna di diventare scrittrice. Vive però una relazione profondamente squilibrata con un pittore più grande di lei, narcisista e manipolatore. Sunny, invece, cerca di affermarsi come giornalista a New York mentre tenta contemporaneamente di sottrarsi all’influenza di una madre possessiva e a una famiglia dalla quale vorrebbe rendersi indipendente.

Entrambi sono indiani. Entrambi provengono da famiglie benestanti che hanno potuto offrire loro un’istruzione occidentale e la possibilità di costruirsi una vita negli Stati Uniti. Apparentemente hanno quindi ottenuto ciò che per generazioni ha rappresentato una promessa di emancipazione: partire, studiare, scegliere il proprio lavoro e sottrarsi almeno in parte ai vincoli familiari.

Solo che la libertà ha un prezzo.

Ed è la solitudine.

Quando Sonia e Sunny si incontrano casualmente su un treno notturno in India, il sentimento che nasce tra loro ha qualcosa di inevitabile e, allo stesso tempo, di estremamente fragile. Perché nessuno dei due arriva all’altro integro. Entrambi portano con sé famiglie ingombranti, ferite, ambizioni, paure e soprattutto una domanda alla quale non riescono a rispondere: dove è casa?

Da quel momento la loro relazione attraversa anni, continenti, separazioni, ritorni, errori e coincidenze. Ci sono viaggi, malattie, rancori familiari, violenza, trasformazioni e persino il mistero di un amuleto tibetano perduto. Ma, per quanto la trama si allarghi continuamente, Sonia e Sunny rimangono il suo centro emotivo.

Ed è impossibile non desiderare che, prima o poi, riescano finalmente a trovarsi.

Sonia e Sunny, sospesi tra India e America

È questo l’aspetto di La solitudine di Sonia e Sunny che più mi ha colpito.

Sonia e Sunny vivono quella condizione particolare di chi ha lasciato il proprio Paese abbastanza a lungo da non sentirsi più completamente parte di esso, senza però essere riuscito a diventare davvero parte del Paese nel quale vive.

In America sono indiani.

Lo sono agli occhi degli altri, certamente, ma spesso anche nel modo in cui percepiscono se stessi. Portano con sé una lingua, una storia, un sistema familiare, abitudini e aspettative impossibili da abbandonare semplicemente attraversando un oceano.

Eppure, quando tornano in India, accade qualcosa di ancora più doloroso.

Scoprono che anche lì sono diventati diversi.

Guardano il proprio Paese con occhi che non sono più quelli di chi vi è rimasto. Alcune tradizioni sembrano improvvisamente soffocanti; certi rapporti familiari diventano difficili da accettare; persino codici sociali che dovrebbero essere familiari richiedono ormai uno sforzo di interpretazione.

Lo straniero, allora, non è soltanto colui che vive lontano da casa.

Può diventare straniero anche a casa propria.

Ed è forse questa la forma più autentica della solitudine raccontata da Kiran Desai: non la semplice nostalgia dell’emigrato, ma la consapevolezza che il ritorno non restituirà necessariamente ciò che si è lasciato.

Perché nel frattempo è cambiato il luogo, certo. Ma soprattutto siamo cambiati noi.

La stessa Desai ha spiegato che i suoi protagonisti finiscono per percepire come problematica la propria appartenenza a entrambi i Paesi: persino il legame con la terra nella quale sono nati diventa incerto dopo essere stati educati, in qualche modo, a lasciarla.

È una riflessione che il romanzo porta avanti senza trasformarla mai in una lezione.

La vediamo nella quotidianità dei personaggi, nei loro rapporti sentimentali, nel lavoro, nel confronto con i genitori e persino nel loro modo di immaginare il futuro.

Una famiglia intera, non semplici personaggi secondari

Se ho amato la storia di Sonia e Sunny, ho apprezzato quasi altrettanto il fatto che Kiran Desai non li abbia isolati dal resto della famiglia.

Anzi.

Uno dei grandi pregi del romanzo è proprio la sua struttura corale.

Genitori, nonni, zie, amici e parenti non appaiono soltanto quando servono a far avanzare la trama dei protagonisti. Hanno storie proprie, desideri, meschinità, affetti, rimpianti e contraddizioni. Gradualmente impariamo a conoscerli e, soprattutto, a capire da dove arrivano Sonia e Sunny.

Questa scelta secondo me è fondamentale.

Perché nessuno dei due può essere realmente compreso senza conoscere le generazioni che li hanno preceduti.

La famiglia in La solitudine di Sonia e Sunny è contemporaneamente rifugio e prigione. Ama, protegge, soffoca, giudica, interferisce. Cerca di determinare matrimoni, carriere e destini, spesso con la convinzione assoluta di agire per il bene dei figli.

E proprio qui Desai è bravissima a evitare facili contrapposizioni.

Non ci sono semplicemente i giovani moderni e illuminati contro i vecchi tradizionalisti e ottusi.

Sarebbe stato troppo facile.

Dietro quelle interferenze ci sono storie, paure e una concezione della famiglia profondamente diversa. Dietro il desiderio dei figli di fuggire, allo stesso modo, non c’è soltanto ribellione: c’è la necessità di diventare individui.

Il conflitto fra generazioni diventa così anche il conflitto fra due modi diversi di concepire l’esistenza.

E conoscere la famiglia significa comprendere meglio perfino le esitazioni sentimentali di Sonia e Sunny. Per quanto provino a emanciparsi, dentro le loro scelte continuano a parlare anche le voci di chi è venuto prima di loro.

L’amore come tentativo di trovare casa

Forse è proprio per questo che la storia fra Sonia e Sunny mi ha coinvolto così tanto.

Non l’ho percepita semplicemente come una storia romantica.

Il loro continuo cercarsi e perdersi è strettamente legato alla loro difficoltà di trovare una collocazione nel mondo.

Per amare qualcuno bisogna anche essere capaci, almeno in parte, di sapere chi siamo. Sonia e Sunny, invece, devono costruire la propria identità mentre cercano contemporaneamente di costruire una relazione.

Ecco perché il loro amore è tanto forte quanto fragile.

Si desiderano, si riconoscono, sembrano comprendere nell’altro qualcosa che gli altri non vedono. Ma proprio perché condividono la stessa inquietudine non sempre riescono a offrirsi quella stabilità della quale avrebbero bisogno.

La loro storia diventa quindi un continuo movimento di avvicinamento e fuga.

E io l’ho trovata bellissima proprio perché non è idealizzata.

Non basta innamorarsi, non basta neppure incontrare la persona giusta.

Esistono tempi sbagliati, ferite non risolte, famiglie, paure, distanze geografiche e soprattutto quelle versioni di noi stessi che ancora non siamo riusciti a diventare.

Desai ha raccontato di aver voluto scrivere una storia d’amore contemporanea conservando però una sorta di bellezza antica, mostrando come nel mondo globalizzato l’amore non sia più necessariamente confinato a una sola comunità, una classe sociale o un luogo. Da qui nasce anche il continuo movimento dei protagonisti tra India, America ed Europa. Il risultato è un amore che non procede in linea retta. Ma probabilmente proprio per questo sembra così vero.

La solitudine non riguarda soltanto Sonia e Sunny

Il titolo potrebbe far pensare che la solitudine appartenga esclusivamente ai due protagonisti.

In realtà attraversa praticamente tutto il romanzo.

Sono soli i figli che partono, sono soli i genitori che li vedono partire e sono soli coloro che rimangono legati a un mondo destinato a scomparire e coloro che, invece, hanno cercato di abbandonarlo senza riuscire a costruirne completamente uno nuovo.

La solitudine attraversa le classi sociali, le generazioni, le relazioni sentimentali e persino le nazioni.

Ed è proprio questo allargamento progressivo dello sguardo a trasformare un romanzo d’amore in qualcosa di molto più ambizioso.

Non a caso Desai ha spiegato di essere partita dall’idea della solitudine sentimentale per arrivare a considerare altre forme di separazione: quelle determinate dalla classe, dalla razza, dalla distanza fra i Paesi e dalla scomparsa di un mondo precedente.

Forse il vero paradosso del libro è proprio qui.

Sonia e Sunny appartengono a una generazione che può viaggiare più facilmente, studiare all’estero, attraversare continenti e costruire relazioni impensabili per i propri nonni. Il mondo non è mai stato tanto grande e, contemporaneamente, tanto facilmente attraversabile.

Eppure non è affatto diventato più semplice sentirsi a casa.

Una scrittura oceanica che richiede tempo

La solitudine di Sonia e Sunny è un romanzo bellissimo, ma non è un libro piccolo travestito da libro grande.

È davvero enorme.

Kiran Desai accumula storie, digressioni, ricordi, personaggi, deviazioni e cambi di prospettiva. A volte sembra quasi che il romanzo possa espandersi all’infinito.

Il paragone con un fiume che confluisce continuamente in altri fiumi, utilizzato anche per presentare il libro, è particolarmente adatto: a un certo punto bisogna smettere di pretendere di controllarne il percorso e lasciarsi trasportare.

Questa caratteristica è contemporaneamente la sua maggiore ricchezza e l’aspetto che potrebbe mettere maggiormente alla prova alcuni lettori.

Non tutte le digressioni hanno la stessa forza e in qualche momento si può avere la sensazione che Desai ami talmente tanto il proprio universo narrativo da non voler abbandonare nessuna delle strade che le si aprono davanti.

Ma, almeno per me, è un limite relativo.

Perché proprio quelle deviazioni consentono di conoscere davvero le famiglie, le città, le generazioni e il contesto nel quale Sonia e Sunny sono cresciuti.

Togliendo quelle storie avremmo probabilmente avuto un romanzo più rapido.

Avremmo avuto però anche un romanzo molto meno ricco.

E io, arrivata alla fine, non avrei voluto conoscerli meno.

Kiran Desai e il grande romanzo familiare

Il ritorno di Kiran Desai alla narrativa dopo “Eredi della sconfitta” era inevitabilmente accompagnato da aspettative enormi. Con quel romanzo l’autrice aveva vinto il Man Booker Prize nel 2006; “La solitudine di Sonia e Sunny” è poi arrivato nella shortlist del Booker Prize 2025.

Capisco perché.

Perché qui c’è qualcosa che oggi incontro sempre più raramente: l’ambizione del grande romanzo.

Un libro che non teme di essere lungo, affollato, imperfetto, sentimentale, politico, ironico e doloroso contemporaneamente.

Desai non sembra interessata alla pulizia chirurgica di una trama costruita soltanto intorno a pochi eventi essenziali. Vuole raccontare come una vita ne trascini inevitabilmente con sé molte altre. E così la storia di Sonia contiene quella dei suoi genitori e dei suoi nonni. La storia di Sunny contiene quella di sua madre e della sua famiglia. L’India contiene l’America e l’America continua a rimandare all’India. Il passato entra continuamente nel presente.

Nessuno esiste da solo.

Ed è forse il motivo per cui la solitudine dei protagonisti risulta ancora più paradossale: sono circondati da persone, storie, famiglie e memorie, eppure devono comunque affrontare da soli la domanda più importante.

Chi sono io, quando nessun luogo riesce più a definirmi completamente?

Perché ho amato La solitudine di Sonia e Sunny

Ho amato questo libro perché mi ha dato quella sensazione rara di aver trascorso una parte della mia vita dentro un’altra famiglia. Quando l’ho terminato non conoscevo soltanto Sonia e Sunny. Conoscevo il mondo dal quale provenivano. Avevo osservato genitori e nonni, attraversato case e città, assistito a rancori, matrimoni, lutti, ambizioni, fallimenti e trasformazioni. E proprio per questo mi ero affezionata ancora di più ai protagonisti. Soprattutto, però, continuo a pensare alla condizione nella quale entrambi rimangono sospesi. Sono partiti per essere liberi. Ma partire significa anche perdere qualcosa.

All’estero continueranno sempre, almeno in parte, a essere percepiti come stranieri. Tornando a casa scoprono però che nemmeno quella casa coincide più perfettamente con loro. È una condizione profondamente moderna e, credo, profondamente dolorosa. Si può vivere tra due culture e scoprire di non possederne più interamente nessuna.

Forse allora Sonia e Sunny si cercano così ostinatamente anche per questo: perché nell’altro riconoscono qualcuno che abita la stessa terra di mezzo.

Non India. Non America.

Ma quello spazio invisibile che esiste fra il luogo dal quale siamo partiti e quello nel quale abbiamo provato a diventare qualcun altro. Ed è lì, secondo me, che si trova il cuore più bello del romanzo.

La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai mi è piaciuto tantissimo.

È una storia d’amore, certamente, e la relazione tra i due protagonisti è stata la parte che mi ha coinvolto emotivamente di più. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto questo.

È un grande romanzo familiare, un libro sull’emigrazione e sull’identità, sul conflitto tra generazioni, sul peso delle aspettative, sulla libertà e sul prezzo che talvolta dobbiamo pagare per conquistarla.

È soprattutto un romanzo sul bisogno umano di appartenere: a una famiglia, a un Paese, a una cultura, a qualcuno.

E sulla possibilità che, dopo aver attraversato abbastanza confini, si finisca per scoprire che nessuno di questi luoghi può più contenerci interamente.

Forse è questa la vera solitudine di Sonia e Sunny.

Essere diventati cittadini di due mondi e sentirsi, almeno un poco, stranieri in entrambi.

E forse il loro amore è così potente proprio perché, quando tutto il resto smette di assomigliare completamente a casa, incontrare qualcuno capace di comprendere quella stessa estraneità può diventare il modo più vicino possibile per ritrovarla.
Barbara Piergentili
(account Instagram: letture_barbariche)

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